ott 08

Tubercolosi

tuberculosisLa tubercolosi risulta essere una malattia d’attualità nell’ambito medico come in quello dei mezzi di comunicazione, nonché nell’agenda dei servizi della sanità pubblica.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) richiama l’attenzione su una malattia tutt’altro che scomparsa.
Si tratta di una patologia considerata fino agli anni 50 una malattia grave ed invalidante e mortale se tempestivamente diagnosticata e curata. Ad oggi, secondo gli studi, sembra che ogni anno si registrano quasi 8 milioni di nuovi casi. La maggior parte dei casi si concentra nei paesi in via di sviluppo, dove le condizioni igienico-sanitarie sono insufficienti.
La diffusione in queste zone, inoltre, è da attribuirsi anche alla scarsa alimentazione e alla presenza di altre malattie come l’AIDS. Tutte queste condizioni contribuiscono a contrarre la malattia a causa di un indebolimento del sistema immunitario.
In Occidente, invece, le possibilità di ammalarsi sono decisamente più basse grazie alle misure di tipo igienico-sanitario adottate per combattere la diffusione della malattia.

Ma cos’è davvero la tubercolosi e quali sono le cause che portano alla sua diffusione?
La tubercolosi si trasmette per via aerea attraverso goccioline contenenti microbatteri tubercolari, responsabili della malattia, emessi nell’aria dal malato di tubercolosi di tipo polmonare attraverso colpi di tosse o starnuti. Pertanto risulta essere una malattia infettiva.
I soggetti con difese immunitarie indebolite sono più esposti al pericolo di contagio. L’agente eziologico principale responsabile della tubercolosi polmonare è il batterio denominato “Mycobacterium tuberculosis”, più comunemente definito come Bacillo di Koch. Nella maggior parte dei casi tale patologia interessa i polmoni (tubercolosi polmonare) ma possono svilupparsi anche forme extrapolmonari.
Chi trasmette la malattia deve essere “bacillifero” cioè avere un’alta carica batterica nelle secrezioni prodotte con la respirazione.
Inoltre, il contatto deve essere prolungato e avvenire in un ambiente chiuso e con pochi ricambi d’aria. La maggior parte delle infezioni che colpiscono gli essere umani risulta essere “asintomatica”: non si presentano né manifestano sintomi.

Le goccioline infette, attraverso le vie aeree, raggiungono gli spazi alveolari dei polmoni di un altro individuo e i micobatteri cominciano a crescere e moltiplicarsi. Le difese immunitarie dell’organismo ospite cercano di bloccare il progredire dell’infezione, quasi sempre con successo. La persona, a questo punto, è infetta ma non malata e non può trasmettere la malattia ad altri. L’infezione può rimanere latente per tutta la vita.
Specificatamente, questa infezione viene definita “infezione tubercolare latente”.

Come può trasformarsi l’infezione tubercolare latente in patologia attiva?
Solamente le persone che sono state a stretto contatto con un malato colpito da tubercolosi possono sviluppare a loro volta la malattia.
Per essere contagiati, si stima che si debba rimanere almeno una o due ore nelle vicinanze di un malato nello stesso locale senza ventilazione.
Per cui bisogna prendere in considerazione il rischio di contagio caratterizzato da una esposizione prolungata e alta contagiosità.
Per poter diagnosticare l’infezione latente in un soggetto, circa 8 settimane dopo il contagio, si effettua un test cutaneo alla tubercolina denominato “Mantoux”.
Si tratta di un test eseguito sull’avambraccio: consiste nell’inoculare, appena sotto la pelle e attraverso sottili aghi, qualche goccia di un liquido ottenuto dalle colture in vitro del bacillo.
Se dopo 48-72 h si verifica un indurimento nel punto di inoculazione, ciò indica un possibile contagio con baci. Se non si è verifica eruzione cutanea, significa che non si è entrati a contatto con il bacillo, mentre se si crea un pomfo arrossato vuol dire che è avvenuto il contagio.
Risultano importanti anche gli esami del sangue per diagnosticare la patologia, specificatamente il “test del gamma interferone”.
Se uno o entrambi i test rivelano un’infezione, il medico dopo un accurato esame clinico richiederà una radiografia del torace per escludere che l’infezione latente non si sia già trasformata in malattia tubercolare attiva.
La diagnosi viene in genere sospettata sulla base della radiografia toracica nella quale si notano le immagini di un’infiammazione e di perdita di sostanza, le cosiddette “caverne” polmonari.
La diagnosi definitiva può essere fatta solamente tramite l’analisi al microscopio dell’espettorato messo in coltura che mostra la presenza di batteri.

Quali sono i principali sintomi di questa patologia?
I sintomi classici possono essere riferiti a tosse cronica con espettorato striato di sangue definito “emottisi”, e, astenia, sudorazione notturna, dolore al torace e perdita di peso.
L’infezione di altri organi provoca una vasta gamma di sintomi.

Farmaci antitubercolari e trattamento
Per non ammalarsi di TBC esiste un vaccino, il cosiddetto BCG – “bacillo di Calmette-Guérin”, che viene somministrato attraverso una iniezione intradermica sotto la pelle oppure attraverso punture plurime.
La persona vaccinata diviene immune circa tre mesi dopo e lo resta per cinque anni.
Si tratta però di un vaccino indicato solo nei paesi dove la malattia è diffusa (nei paesi in via di sviluppo), oppure a persone che sono entrate a contatto con persone malate e rischiano quindi il contagio.
Il vaccino è scarsamente attivo e oggi poco utilizzato.
Il trattamento vero e proprio è basato sull’assunzione di antibiotici multipli per lungo tempo.
Streptomicina, isoniazide, etambutolo, rifampicina, pirazinamide, sono i principali farmaci raccomandati per la terapia della tubercolosi, somministrati in associazione giornalmente.
La terapia per essere efficace deve avere una durata non inferiore ai 6 mesi.
Il trattamento per la tubercolosi latente utilizza solitamente un singolo antibiotico, mentre la TBC attiva viene curata in modo più efficace con la combinazione di diversi antibiotici, per ridurre la possibilità che i batteri possano sviluppare una resistenza agli antibiotici.
A tal proposito, nel corso degli anni, si è sviluppata una forma di tubercolosi causata da un germe resistente ai due farmaci principali contro la tubercolosi: rifampicina e isoniazide denominata “Multi Drug Resistant” (MDR). Questa forma di tubercolosi deve essere necessariamente curata con farmaci di seconda linea i quali possono arrecare alla salute effetti collaterali.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), la multi-farmaco resistenza è ormai presente in ogni parte del mondo e costituisce uno dei problemi più importanti nel controllo e trattamento della malattia.

Pubblicato in 2017, Sicurezza sul lavoro | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento
ott 05

Obbligo di comunicazione degli infortuni sul lavoro superiori ad 1 giorno

injury1Quando?
Entra in vigore, da giovedì 12 ottobre l’obbligo di comunicare all’INAIL  gli infortuni  dei lavoratori con prognosi superiore a un giorno oltre a quello dell’infortunio. In precedenza erano da comunicare ai fini assicurativi gli eventi con prognosi sopra i tre giorni.

Chi?
Il decreto del ministero del Lavoro 183/2016 ha introdotta la norma che ha istituito il Sistema informativo nazionale per la prevenzione nei luoghi di lavoro (SINP)  e prevede l ‘obbligo di comunicazione  all’Istituto, entro 48 ore dalla ricezione del certificato medico, degli infortuni dei lavoratori anche se della durata di un solo giorno, oltre a quello dell’evento. La finalità è solo statistica e non viene modificata la copertura dell’assicurazione INAIL, che  parte comunque dai tre giorni di prognosi. La modifica sarebbe dovuta  partire il 12 aprile 2017 ma è stata rinviata dal  Decreto Milleproroghe 244/2016 di sei mesi .

Come agire?
Anche questa segnalazione va fatta in modalità telematica tranne che per i lavoratori dell’agricoltura, i lavoratori domestici e familiari e i lavoratori occasionali di tipo accessorio dell’agricoltura.  Gli obblighi di denuncia all’INAIL  ai fini invece dell’assicurazione sono suddivisi tra lavoratore, medico e datore di lavoro.

Obbligo del Lavoratore
Al momento dell’infortunio il lavoratore deve rivolgersi al medico aziendale o al proprio medico di base o del pronto soccorso  per poi comunicare  al datore di lavoro l’infortunio e il numero identificativo della certificazione medica ottenuta, pena la perdita del risarcimento da parte dell’INAIL .

Tale certificazione  viene inviata all’INAIL dal medico che certifica la prognosi.

Obbligo del Datore di Lavoro
Una volta ricevuti i dati del certificato, scatta per il datore di lavoro il termine di 48 ore entro le quali deve trasmettere all’INAIL i dati richiesti a fini statistici e a fini assicurativi.  Se il datore di lavoro non inoltra la comunicazione di infortunio può essere sanzionato e la comunicazione può essere effettuata anche dal lavoratore presso la sede INAIL competente.
Per la denuncia delle malattie professionali resta fermo il termine di cinque giorni (dalla ricezione dei riferimenti del certificato medico) entro i quali il datore di lavoro deve inoltrare la denuncia all’INAIL, sempre per via telematica

Sanzioni
Si rammenta che la mancata comunicazione entro le 48 ore degli infortuni superiori ad 1 giorno è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da 548 a 1.972,80 euro, mentre la mancata comunicazione per gli infortuni superiori ai 3 giorni è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da 1.096,00 a 4.932,00 euro.

Pubblicato in 2017, Sicurezza | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento
ott 05

Rischio legionella pneumophila denominata “Malattia dei legionari”

legionella1Cenni storici
Il termine legionellosi venne coniato nel 1976 in occasione di un’epidemia di polmonite che si verificò a Philadelphia tra partecipanti ad un convegno dell’associazione di ex combattenti dell’American Legion.

Che cos’è?
La legionellosi è causa di tutte le forme morbose causate da batteri Gram-negativi aerobi appartenenti al genere Legionella. L. pneumophila sierogruppo 1 è la specie maggiormente implicata nella patologia umana essendo responsabile del 95% delle infezioni in Europa e dell’85% nel mondo.

È un problema?
Sì, da non sottovalutare in quanto costituisce un problema emergente in Sanità pubblica; è già presente in tutto il mondo la sorveglianza speciale da parte di tutti gli enti sanitari mondiali, Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), della Comunità Europea (European Legionnaires’ Disease Surveillance Network – ELDSNet) e dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Nonostante sia stato istituito il registro nazionale dei casi, è ancora largamente sottostimato ed è difficile risalire alle cause in cui si è verificata l’esposizione all’agente biologico.

Sintomi
2 sono le manifestazioni della legionellosi:
– La febbre di Pontiac (PF) è una forma lieve di legionellosi, sintomi: simil-influenzali, come la nausea, la febbre, la tosse e la cefalea, in assenza di polmonite.
– La malattia dei legionari è la più pericolosa e la più severa in termini di sintomi e rischi: l’incubazione è compreso tra 2 e 10 giorni, la malattia si manifesta con febbre alta, cefalea, tosse ed un quadro polmonare non distinguibile da altre forme di polmoniti batteriche o atipiche, motivo per cui se non ben diagnosticata può non essere riconosciuta. Motivo per cui la percentuale di mortalità va dal 10% al 50% nei casi nosocomiali.

Come si cura?
La febbre di Pontiac, è una forma simil-influenzale di lieve entità, senza interessamento polmonare con un’evoluzione benigna anche in assenza di specifico trattamento antibiotico.
La malattia dei legionari, si manifesta con febbre alta, cefalea, tosse ed un quadro polmonare non distinguibile da altre forme di polmoniti batteriche o atipiche. È necessario attuare una terapia antibiotica mirata (chinoloni e macrolidi) per ridurre la probabilità di un esito infausto.

Come si trasmette?
La Legionellosi è trasmessa per via aerea a seguito dell’inalazione di aerosol contenente legionelle o di particelle di polvere da esso derivate per essiccamento o, più raramente, in seguito ad aspirazione di acqua contaminata. Più piccole sono le dimensioni delle goccioline inalate (<5μm) e più facilmente queste raggiungono le basse vie respiratorie (alveoli polmonari). I principali sistemi in grado di generare aerosol sono i rubinetti, i diffusori delle docce, le torri evaporative, vasche idromassaggio, fontane decorative, ecc. Non è mai stata dimostrata la trasmissione interumana della malattia.

Dove è possibile contrarre l’infezione?
Il batterio è ampiamente diffuso in natura nei laghi, stagni, acque termali, da cui può facilmente raggiungere gli ambienti artificiali (condotte d’acqua cittadina, impianti idrici, torri evaporative, ecc.) all’interno dei quali trova fattori che ne favoriscono la crescita. Tra i fattori di rischio ambientali associati all’acquisizione dell’infezione, quelli più importanti sono rappresentati dalla temperatura dell’acqua compresa tra i 20° ed i 50°C, dalla presenza di biofilm, di elementi in traccia (ferro, rame, zinco, ecc.), incrostazioni, depositi calcarei e amebe all’interno delle quali il batterio trova condizioni più favorevoli per la crescita e riparo dai disinfettanti. Fattori direttamente correlati alla virulenza del ceppo batterico (capacità di moltiplicazione all’interno dei macrofagi, resistenza agli antibiotici, ecc.) ed altri legati ad una maggiore suscettibilità dell’ospite (fumatori, persone affette da gravi patologie o con immunodeficienza acquisita in seguito ad interventi chirurgici) giocano anch’essi un ruolo importante nell’acquisizione dell’infezione.

Rischio di esposizione?
Il rischio di acquisire un’infezione è riscontrabile in tutti quegli ambienti di vita e di lavoro in cui vi è potenziale rischio di esposizione ad aerosol infettanti. In letteratura sono noti casi di legionellosi tra gli operatori sanitari, dentisti, addetti alla pulizia degli impianti di trattamento aria, manutenzione degli impianti di distribuzione dell’acqua ad uso sanitario e impianti di depurazione, minatori, giardinieri, ecc.

Prevenzione
Con l’Accordo tra il Governo, le Regioni e le Province autonome, si sono delineate le linee guida per la prevenzione e il controllo della legionellosi. Il documento ribadisce l’importanza della valutazione del rischio e della necessità di mettere in atto misure di prevenzione a breve (decalcificazione degli elementi meno usurati, disinfezione di filtri, soffioni e flessibili) e a lungo termine (filtrazione, trattamento termico, clorazione, ecc.).
Nonostante questi batteri siano stati scoperti da diversi anni, la legionellosi resta ancora una patologia poco conosciuta, soprattutto in ambito occupazionale. Ai fini della tutela della salute occupazionale, è indispensabile quindi valutare il potenziale rischio di esposizione a Legionella spp. negli ambienti lavorativi, predisponendo adeguate misure di prevenzione e controllo della contaminazione microbiologica ambientale.

Pubblicato in 2017, Sicurezza sul lavoro | Contrassegnato , , , | Lascia un commento
set 20

Invecchiare in salute si può

getting.-olderSiamo il paese in cui la vita media è più lunga in Europa.

La tendenza alla longevità dipende sostanzialmente da due fattori:
fattore genetico (influenza del 30%)
fattore comportamentale (influenza del 70%)

La maggiore componente dipende quindi da un corretto stile di vita e dalla qualità dell’ambiente in cui si vive, perciò la modalità di invecchiamento è nelle nostre mani.

Uno studio del Harvard Department of Psychiatry è condotto in modo da analizzare nel lungo periodo una popolazione, in particolare basandosi su 4 storie sociali, questionari biennali, colloqui frontali ogni 15 anni ed esami fisici completi ogni 5 anni, al fine di comprendere quanto “la storia” possa influenzare la modalità di invecchiamento.

La ricerca in particolare riguarda:
– l’adattamento allo stress, la salute mentale e i meccanismi di difesa;
– gli effetti delle abitudini, in particolare dell’abuso di alcool, e delle vicende affettive tumultuose sulla salute fisica e la mortalità;
– l’effetto dei fattori di rischio infantili sullo sviluppo dell’adulto;
– il consumo naturale di alcool e l’abuso di sostanze.

Altri studi considerano gli effetti legati alla Seconda Guerra Mondiale sullo sviluppo delle persone e come le esperienze dell’infanzia influenzano i comportamenti degli adulti.

Adottare quindi uno stile di vita sano ci può aiutare a invecchiare in salute. Per esempio in riferimento ai parametri analizzati, contribuiscono allo scopo i seguenti fattori:
– buone capacità di adattamento o nel superare le difficoltà
– mantenere relazioni sociali durature;
– evitare il fumo e qualunque abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti;
– intraprendere percorsi di istruzione;
– fare esercizio fisico con regolarità e mantenere un peso adeguato.

Questi fattori di influenza del nostro cammino di invecchiamento trovano riscontro anche nell’attività lavorativa:
– mantenere un ambiente sereno evitando conflitti personali;
– approfittare delle pause pranzo per uscire dal luogo di lavoro rinfrescando così la mente godendosi un pasto sano. L’allontanamento permette anche il movimento che evita l’insorgere di problemi all’apparato muscolo-scheletrico;
– se il tuo lavoro è impegnativo sul piano fisico e per esempio richiede frequentemente di sollevare, spingere o trasportare pesi, il beneficio che trarrai dall’attività fisica nel tempo libero sarà il medesimo di quello delle persone che svolgono un lavoro sedentario.
– se devi stare seduto a una scrivania per molte ore al giorno, prova ad alzarti ogni 20 minuti e camminare un po’. Ciò migliorerà il tuo sistema immunitario, ridurrà il rischio di sovrappeso e ti permetterà di gestire meglio lo stress.

Il Datore di Lavoro nella Valutazione dei Rischi deve tenere conto anche dell’invecchiamento del personale in particolare considerando i fattori ergonomici, il lavoro su turni e le caratteristiche degli ambienti (microclima, rumore e vibrazione).

Da questa analisi può rendersi necessario un adattamento del luogo di lavoro, per esempio:
– adattare le attrezzature esistenti o fornirne di nuove al fine di eliminare o ridurre i processi manuali, i movimenti ripetitivi, gli sforzi e le posizioni scorrette;
– fornire postazioni di lavoro regolabili affinché si adattino a tutti coloro che vi operano e a tutte le età di questi;
– disporre la turnazione nell’assegnazione dei compiti;
– cambiare i compiti con regolarità (turnazione dei compiti);
– automatizzare i compiti rutinari o ripetitivi;
– differenziare l’organizzazione dei turni;
– regolare l’illuminazione.

Ma il Datore di Lavoro può fare qualcosa in più, promuovendo uno stile di vita sano fornendo un ambiente che promuova sia la salute sia condizioni di lavoro salutari, per esempio:
– fornire istruzione e formazione sui temi legati alla salute;
– offrire controlli sullo stato di salute;
– assicurare buona conciliazione fra lavoro e vita privata, per esempio consentendo misure di lavoro flessibile quali il lavoro da casa (telelavoro);
– promuovere una dieta sana, per esempio dando la possibilità di mangiare cibi sani nelle mense aziendali;
– promuovere l’attività fisica, per esempio installando docce, cosicché tu puoi andare a correre durante la pausa pranzo, od offrendo assistenza economica per le attività ricreative;
– promuovere la crescita professionale;
– organizzare corsi di formazione sulla gestione del tempo

 

Pubblicato in 2017, Sicurezza, Sicurezza sul lavoro | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento
set 19

Legittimo Interesse

privacy3L’articolo 11 del Codice Privacy (D.Lgs. 30 Giugno 2003, n. 196) stabilisce che i dati personali oggetto di trattamento devono essere:

– Trattati in modo lecito e secondo correttezza.
– Raccolti e registrati per scopi determinati, espliciti e legittimi, ed utilizzati in altre operazioni del trattamento in termini compatibili con tali scopi.
– Esatti e, se necessari, aggiornati.
– Pertinenti, completi e non eccedenti rispetto alle finalità per le quali sono raccolti o successivamente trattati.
– Conservati in una forma che consenta l’identificazione dell’interessato per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali essi sono stati raccolti o successivamente trattati.

Inoltre, lo stesso Codice Privacy, all’articolo 23, prevede che il trattamento dei dati personali deve avvenire esclusivamente con il consenso dell’interessato, in forma preventiva, esplicita e libera. Con il consenso l’interessato esprime di fatto la propria autorizzazione al trattamento dei dati personali risultando molto probabilmente come la più ovvia delle condizioni di liceità. Tuttavia, esistono una serie di trattamenti di dati personali che, per poter aver luogo, non necessitano di alcun preventivo consenso. Infatti, tra le cause di esclusione della necessità, per il titolare, di richiedere il consenso dell’interessato per procedere al trattamento dei suoi dati personali, si annovera, all’articolo 24, lettera g) del Codice Privacy, il “legittimo interesse”, qualora sullo stesso non prevalgano i diritti dell’interessato. Pur mancando nel nostro ordinamento una definizione normativa di interesse legittimo, nonostante la rilevanza che un simile concetto riveste, è proprio su questa condizione che è opportuno soffermarsi.

La “legittimità” dell’interesse è in effetti un concetto che non consente nell’immediato al Titolare di comprendere in quali occasioni, nel rispetto della legge, la stessa possa essere conseguita. L’interesse legittimo, per sua natura, per poter essere individuato come tale, è spesso individuabile solo ex post, a seguito di opportune verifiche che il più delle volte mancano di oggettività.

Tutto ciò premesso, la domanda che a questo punto è giusto porsi è: su quali basi un Titolare potrà decidere di procedere a un trattamento per perseguire un interesse che ritiene essere legittimo?

Ci viene in aiuto non solo il D.Lgs. 196/93 ma anche, inevitabilmente, a seguito di attenta lettura, il nuovo Regolamento 679/2016 che sempre più sta influenzando il nostro operare quotidiano e le posizioni interpretative delle Corti.

Gli aspetti che devono essere presi in considerazione per un corretto inquadramento dell’interesse come “legittimo” sono la necessità e l’effettività dell’interesse.

Il Regolamento infatti, più che il D.Lgs. 196/03, stabilisce che le operazioni di trattamento devono essere “necessarie per il perseguimento del legittimo interesse del titolare del trattamento”. Quanto riportato dal Regolamento deve essere inteso, per fondare la liceità del trattamento e la conseguente legittimità dell’interesse, nell’impossibilità del Titolare di perseguire l’interesse con mezzi diversi dallo specifico trattamento che si intende effettuare. Qualora infatti, il Titolare abbia la possibilità di percorrere strade diverse e utilizzare strumenti differenti per raggiungere lo stesso risultato, l’opzione “legittimo interesse” non sarebbe applicabile.

Inoltre, con riferimento all’effettività, l’interesse del Titolare a cui sono trasmessi i dati, deve essere reale, dimostrabile e conforme alle leggi vigenti.

Infine, conformemente a quanto prescritto dal Regolamento 679/2016 che richiede e richiederà sempre più un’informativa chiara e trasparente, il Titolare dovrà informare l’interessato anche dei legittimi interessi perseguiti.

Pubblicato in 2017, Privacy | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento
set 19

Sostanze nootrope

nootropicsI nootropi sono sostanze in grado di aumentare le capacità cognitive di un individuo, come l’attenzione, la concentrazione, la memoria o la motivazione. Rientrano in questa categoria anche le sostanze in grado migliorare le competenze motorie ed affettive, (ad esempio saper gestire in maniera migliore l’ansia associata allo svolgimento di attività lavorative).

Tra gli studenti ed i lavoratori, di fatti, sta aumentando l’assunzione di questi medicinali a scopo non terapeutico, proprio per potenziare l’attività cognitiva, nonostante non si conoscano le conseguenze di questa pratica nel lungo termine.

Queste sostanze fanno riferimento, dunque, all’uso off-label. Ovvero, non essendo approvate dalle autorità sanitarie nazionali per essere prescritte per favorire il potenziamento cognitivo, i lavoratori se le procurano per altre vie (tramite acquisti online, oppure da pazienti cui sono stati regolarmente prescritti).

Tra le principali sostanze farmaceutiche utilizzate per un potenziamento cognitivo sono identificate:

    • Anfetamine: ha proprietà stimolanti, tramite aumento di dopamina, e sono usate nel trattamento dell’ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) o della narcolessia. Riesce dunque ad aumentare la capacità di focalizzare l’attenzione o di produrre euforia. Tra i farmaci a base di anfetamina sono presenti Adderall e Dexamed (commercializzato in Europa con la denominazione di Attentin e Tentin).
    • Metilfenidato: anche questa sostanza ha proprietà stimolanti per il trattamento dell’ADHD e narcolessia. Accresce i livelli di dopamina e norepinefrina ed è commercializzato come Ritalin, Concerta, Equasym, Medikinet e Rubifen.
    • Modafinil/Armodafinil: è un altro stimolante del sistema nervoso centrale per trattamento della narcolessia che interagisce con neurotrasmettitori come dopamina e norepinefrina. È commercializzato in Europa come Provigil, Nuvigil, Vigil, Modalert, Modasomil e Modiodal.

Ci sono specifiche categorie di persone in ambito professionale che utilizzano o abusano dei nootropi per poter sostenere lunghi turni di lavoro, tra cui rientrano i militari, lavoratori del settore dei trasporti, lavoratori a turni soprattutto nel settore dei servizi di emergenza e sanitario.

Gli effetti di questi farmaci sono stati studiati su pazienti con problemi di salute, ma non esistono studi condotti su soggetti sani. La maggior parte dei nootropi non è usata previo consulto medico e su prescrizione, per cui le dosi assunte non sono soggette a supervisione medica. Considerando che con l’utilizzo prolungato aumenta anche la tolleranza individuale, i lavoratori tendono ad assumere quantitativi crescenti di tali sostanze, con un conseguente aumento delle probabilità di insorgenza di effetti avversi indesiderati e di dipendenza.

Oltre agli effetti cognitivi, questi farmaci hanno anche ripercussioni a livello fisico, causando l’aumento di problemi cardiaci, aritmie, ipertensione, ictus, reazioni dermatologiche e psicotiche.

Le problematiche possono presentarsi anche a livello emozionale, sull’umore o sulla motivazione, a discapito del rendimento sul lavoro e del rapporto con i colleghi, soprattutto nel caso in cui si eseguano lavori di gruppo.

Implicazioni per la sicurezza e la salute sul lavoro

L’assunzione di queste sostanze può comportare problemi anche nell’ambito della sicurezza e salute sul lavoro. Infatti la crescita della produttività aziendale potrebbe spingere l’azienda stessa ad effettuare pressioni nei confronti dei lavoratori, affinché facciano uso di tali sostanze. Questo potrebbe comportare discriminazioni da parte dei datori di lavoro nei confronti dei dipendenti che scelgono di non assumere tali sostanze.

Dunque i medicinali nootropi potrebbero arrivare ad essere considerati una soluzione ai problemi organizzativi o gestionali di un’azienda, diventando un’alternativa alle misure preventive e ad una gestione adeguata delle condizioni di lavoro (comportando un’errata gestione degli orari di lavoro, mancanza di pause adeguate, ecc.).

Un approccio per la sicurezza e la salute sul lavoro di tipo preventivo dovrebbe consentire di individuare e modificare le condizioni di lavoro che inducono i lavoratori ad utilizzare queste sostanze (eliminando ad esempio turni lunghi, richieste eccessive sul lavoro o pressioni esercitate sui lavoratori per incrementarne la produttività).

La criticità principale è data dal fatto che è difficile per i datori di lavoro capire che un lavoratore sta facendo uso di sostanze nootrope per sostenere l’attività lavorativa, in quanto anche nel contesto della sorveglianza sanitaria, i lavoratori potrebbero non voler rendere nota la loro assunzione, oppure potrebbero non considerare queste sostanze come psicotrope. Anche in caso di controlli sui dipendenti, questi non vanno a misurare il quantitativo di sostanze presenti nell’organismo, ma gli enzimi in cui tali sostanze si metabolizzano. I test, inoltre, non possono registrare il grado di compromissione della funzionalità o intossicazione dell’organismo al momento del controllo.

L’effetto delle sostanze nootrope sulle questioni di salute e sicurezza sul lavoro e su altri aspetti legati alla gestione del lavoro è ancora complesso. Si tratta di un quadro in evoluzione, che presenterà una serie di dinamiche differenti, come la sperimentazione da parte dell’industria farmaceutica per lo sviluppo di medicinali autorizzati per il potenziamento cognitivo e di conseguenza l’accentuazione della percezione del bisogno di ricorrere a tali sostanze in ambienti di lavoro altamente competitivi.

Pubblicato in 2017, Sicurezza, Sicurezza sul lavoro | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento
set 16

Trattamento dei dati personali dei dipendenti effettuato attraverso la localizzazione di dispositivi smartphone

geoloc4Il Garante per la protezione dei dati personali, a seguito di richiesta di verifica preliminare, così come previsto ai sensi dell’articolo 17 del Codice Privacy, presentata da Wind Telecomunicazioni S.p.a. e avente ad oggetto il trattamento da effettuare attraverso l’attivazione di una funzionalità di localizzazione degli smartphone forniti in dotazione ai propri dipendenti, si è espresso riconoscendo l’ammissibilità della richiesta e la liceità del trattamento ma ponendo alcune importanti precisazioni.

Nella fattispecie esaminata Wind Telecomunicazioni S.p.a (di seguito la Società) ha chiesto al Garante di verificare se sia legittima l’installazione, sui dispositivi mobili (smartphone) dati in dotazione ai tecnici che operano sul territorio, di un’applicazione (ClickSoftware) che è in grado di interagire, attraverso l’applicazione ClickMobileTouch, con gli smartphone degli operatori.

Le finalità della Società consistono nel conseguire una migliore ottimizzazione del lavoro e nel supportare la gestione delle attività di emergenza attraverso la conoscenza della posizione dei tecnici.

La Società ha confermato che l’applicativo non consentirà in alcun modo il tracciamento, momento per momento, degli spostamenti del tecnico in quanto il dato rilevato è esclusivamente quello inviato dall’applicazione secondo la frequenza impostata dal sistema. Inoltre, l’applicazione non ha alcun tipo di interazione con le informazioni presenti sul dispositivo.

Il Garante, riconosciuta la liceità del trattamento dei dati di localizzazione e il rispetto dei principi di pertinenza e non eccedenza del trattamento, ha precisato che la Società dovrà adottare specifiche misure idonee a garantire che le informazioni presenti sul dispositivo mobile siano riferibili soltanto ai dati di geolocalizzazione e che sul dispositivo sia posizionata un’icona che indichi che la funzione di geolocalizzaizone è attiva.

Inoltre, la configurazione dell’applicazione dovrà essere tale da impedire il trattamento anche accidentale di dati ultronei (traffico telefonico, sms, posta elettronica etc.).

Il Garante ha infine previsto che ai dipendenti debba essere fornita adeguata informativa così come stabilito dall’articolo 13 del Codice.

Pubblicato in 2017, Privacy | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento
lug 06

Jobs Act del lavoro autonomo e lavoro agile: la nuova normativa

self-employment5È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n.135 del 13 Giugno 2017 la legge 22 Maggio 2017 n. 81 recante “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato.”

Il provvedimento, strutturato in 26 articoli, si compone di due insiemi di norme, volte, da un lato, ad introdurre un sistema di intervento teso ad assicurare un rafforzamento delle tutele sul piano economico e sociale per i lavoratori autonomi che svolgono la loro attività in forma non imprenditoriale (CAPO I) e, dall’altro, a sviluppare all’interno dei rapporti di lavoro subordinato, modalità flessibili di esecuzione delle prestazioni lavorative, allo scopo di promuovere la competitività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro (CAPO II).

Di seguito tutte le novità che diventano legge:

Tutela dei pagamenti
Dall’entrata in vigore della legge sono considerate nulle tutte le clausole contrattuali che consentono al committente di un lavoro di pagare professionisti, artigiani o collaboratori coordinati in un tempo superiore ai 60 giorni dallo svolgimento della prestazione lavorativa. Se il contratto non prevede una scadenza entro cui pagare, si considerano 30 giorni dall’emissione della fattura.

Formazione deducibile
È prevista l’integrale deducibilità, entro il limite annuo di 10.000 euro, delle spese per l’iscrizione a master, corsi di formazione o aggiornamento professionale nonché le spese di iscrizione a convegni e congressi.   Sono integralmente deducibili, entro il limite annuo di 5.000 euro, le spese sostenute per i servizi personalizzati di certificazione delle competenze, orientamento, ricerca e sostegno all’auto-imprenditorialità, mirate a sbocchi occupazionali effettivamente esistenti e appropriati in relazione alle condizioni del mercato del lavoro, erogati dagli organismi accreditati ai sensi della disciplina vigente.
Sono, altresì, integralmente deducibili gli oneri sostenuti per la garanzia contro il mancato pagamento delle prestazioni di lavoro autonomo fornita da forme assicurative o di solidarietà.

Tutela per la maternità
Le lavoratrici autonome iscritte alla gestione separata dell’INPS avranno diritto a un congedo parentale che aumenta da tre a sei mesi durante i quali potrà essere sostituita nel proprio lavoro da un collega che abbia “le stesse competenze professionali”. Le lavoratrici avranno diritto all’indennità di maternità pur continuando a lavorare, viene eliminata quindi l’astensione obbligatoria dal lavoro.
In caso di malattia prolungata, si può sospendere il versamento dei contributi per due anni. Le somme non pagate dovranno poi essere rimborsate in rate mensili.

Indennità di disoccupazione
Dal 1° luglio 2017 l’indennità di disoccupazione (Dis-Coll) per i collaboratori coordinati e continuativi, iscritti alla gestione separata Inps e senza partita Iva, sarà estesa ad assegnisti e dottorandi di ricerca con borsa di studio.

Centri per l’impiego
Nei Centri per l’impiego pubblici (Cpi) verrà allestito uno sportello dedicato al lavoro autonomo, per favorire l’incontro fra domanda ed offerta.

Più welfare da enti di previdenza
Le Casse pensionistiche private potranno attivare ulteriori prestazioni sociali, “finanziate da apposita contribuzione”, destinate soprattutto ad associati vittime di una “significativa riduzione del reddito per ragioni non dipendenti dalla propria volontà”, o con “gravi patologie”.

Partecipazione ai contratti pubblici e fondi europei
Le Pubbliche Amministrazioni dovranno predisporre bandi di gara esplicitamente aperti anche ai lavoratori autonomi oltre che alle imprese. Per facilitare l’accesso alle informazioni, saranno attivati sportelli dedicati nei centri per l’impiego. Per quanto riguarda l’accesso ai fondi europei, i lavoratori autonomi saranno definitivamente equiparati alle piccole e medie imprese.

Lavoro agile (o “smart working”)
Il Capo II della Legge è dedicato al lavoro agile, o “smart working”, che è cosa diversa dal vecchio telelavoro. Il telelavoro infatti era tipicamente pensato per mansioni non qualificate, basate sulla necessità di una postazione fissa e del ricorso a un pc o a un terminale. Lo smart working invece si rivolge a professionalità più qualificate di tipo impiegatizio o manageriale. Si basa su tecnologie «mobili» come tablet, laptop e smartphone. Prevede che il lavoratore svolga una parte dell’orario di lavoro fuori dall’azienda – due giorni alla settimana, tre, un pomeriggio soltanto, con qualunque motivazione – mentre il resto del tempo lavora nel modo tradizionale.
Non si tratta di una nuova tipologia contrattuale, ma piuttosto è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato da eseguire in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale (stabiliti dalla legge e dalla contrattazione collettiva). La disciplina del lavoro agile si applicherà anche alle pubbliche amministrazioni.
Per dare il via a questo rapporto di lavoro “smart” serve un contratto scritto tra le parti, con la possibilità unilaterale di recedere: può essere a tempo determinato o indeterminato.

Pubblicato in 2017, Sicurezza sul lavoro | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento
giu 14

Medici competenti e formazione ECM

doctorIl Ministero della Salute ha emanato la Circolare 01/06/2017 attraverso la quale si chiariscono alcuni punti controversi riguardanti l’aggiornamento dei crediti ECM e la relativa scadenza, l’elenco dei Medici Competenti e i controlli a campione effettuati dallo stesso Ministero relativamente alla conformità della formazione ECM (Educazione Continua in Medicina) acquisita.

In particolare si chiarisce che “per poter svolgere le funzioni di Medico Competente risulta necessario il possesso del titolo e del requisito dell’aggiornamento ECM, mentre non risulta parimenti indispensabile la presenza in elenco”.

I crediti formativi ECM sono una misura dell’impegno e del tempo che ogni operatore sanitario dedica annualmente all’aggiornamento ed al miglioramento sia in termini qualitativi che quantitativi della propria professionalità.

Infatti, il credito è riconosciuto in funzione sia della qualità dell’attività formativa che del tempo ad essa dedicato in ragione delle specifiche professionalità.

Il Medico Competente, conosciuto anche come Medico del Lavoro è colui che collabora con il Datore di Lavoro per la tutela della Salute e la Sorveglianza Sanitaria dei lavoratori.

Secondo l’art. 2, comma 1 lett. h, del D.Lgs. n. 81/2008 viene definito come: “medico in possesso di uno dei titoli e dei requisiti formativi e professionali di cui all’articolo 38, che collabora, secondo quanto previsto all’articolo 29, comma 1, con il datore di lavoro ai fini della valutazione dei rischi ed è nominato dallo stesso per effettuare la sorveglianza sanitaria e per tutti gli altri compiti di cui al presente decreto”.

Tale figura deve essere in possesso di determinati titoli e requisiti ed avere una comprovata esperienza professionale. All’articolo 38 del D.Lgs n. 81 del 2008, vengono individuati, i titoli e i requisiti professionali obbligatori per poter svolgere le mansioni tipiche di un Medico Competente. 

Per poter svolgere le funzioni come Medico Competente è necessario possedere uno dei seguenti titoli o requisiti:
a) specializzazione in medicina del lavoro o in medicina preventiva dei lavoratori e psicotecnica;
b) docenza in medicina del lavoro o in medicina preventiva dei lavoratori e psicotecnica o in tossicologia industriale o in igiene industriale o in fisiologia e igiene del lavoro o in clinica del lavoro;
c) autorizzazione di cui all’articolo 55 del decreto legislativo 15 agosto 1991, n. 277;
d) specializzazione in igiene e medicina preventiva o in medicina legale;
d-bis) con esclusivo riferimento al ruolo dei sanitari delle Forze armate, compresa l’Arma dei carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di finanza, svolgimento di attività di medico nel settore del lavoro per almeno quattro anni.

Il medico che fornisce la consulenza come Medico Competente è obbligato a tenersi aggiornato continuamente così come riportato all’art. 38, comma 3 del D.Lgs 81/08: per lo svolgimento delle funzioni di medico competente è altresì necessario partecipare al programma di educazione continua in medicina ai sensi del D.Lgs 19 Giugno 1999, n. 229 e successive modificazioni, a partire dal programma triennale successivo all’entrata in vigore del D.Lgs 81/2008 e quindi a partire dal triennio 2011-2014.

I crediti previsti dal programma triennale dovranno essere conseguiti nella misura non inferiore al 70 per cento del totale nella disciplina “medicina del lavoro e sicurezza degli ambienti di lavoro”.

Altresì, il comma 4 dell’art.38 prevede l’iscrizione dei medici competenti all’elenco nazionale, tenuto presso gli uffici della Direzione Generale della Prevenzione sanitaria del Ministero della Salute.

Tale elenco è periodicamente aggiornato in merito alle autocertificazioni inviate dagli stessi medici competenti.

I medici competenti in possesso dei requisiti provvedono a trasmettere la certificazione o l’autocertificazione comprovante il conseguimento dei crediti professionali ECM previsti.

Pertanto, l’Elenco ha funzione “riepilogativa e non abilitativa”.

Chiarimenti Circolare Ministero Salute – FNOMCeO 1 giugno 2017

CERTIFICAZIONE PER IL MEDICO COMPETENTE

Il Medico Competente oltre a ricevere la certificazione standard ECM valida per tutti i medici, se nel triennio consegue l’obbligo formativo individuale, riceve anche la certificazione come Medico Competente se:
a) soddisfa l’obbligo formativo individuale ECM del triennio;
b) acquisisce almeno il 70% dell’obbligo formativo individuale triennale in “medicina del lavoro e sicurezza degli ambienti di lavoro”.

SCADENZE ECM PER I MEDICI COMPETENTI

Il Sistema ECM è strutturato in trienni per un totale di 150 crediti nel triennio di riferimento.
La percentuale del 70% dei crediti ECM da acquisire nel triennio di riferimento che si riferiscono ai Medici Competenti e quindi alla disciplina “medicina del lavoro e sicurezza degli ambienti di lavoro” previsti tassativamente dal comma 3 dell’articolo 38 del D.Lgs 81/08, non va calcolata sull’obbligo formativo standard di 150 crediti ma rispetto all’obbligo formativo individuale del professionista per il triennio.

Triennio formativo ECM 2014-2016
– Invio autocertificazione: nello specifico, obbligo di comunicazione dei requisiti formativi dal 1 Gennaio 2017 al 15 Gennaio 2018; per il triennio 2014-2016, il Medico ha tempo fino a tutto il 2017 per completare i crediti ECM.
– In caso di mancata comunicazione, cancellazione dall’Elenco Nazionale;
– Reinscrizione solo con raggiungimento del 70% dei crediti del successivo triennio formativo (2017-2019).

Nel corso del triennio formativo 2014-2016, la norma prevede la possibilità di recupero dei crediti mancanti entro l’anno successivo alla scadenza del medesimo programma triennale.

Triennio formativo ECM 2017-2019
– Al raggiungimento del 70% dei crediti: reinscrizione se inadempienti per il triennio 2014-2016; nello specifico, la comunicazione della reinscrizione deve essere trasmessa al Ministero, poiché il 70% dei crediti può essere raggiunto in qualunque periodo del triennio, non essendo più previsti il limite minimo e massimo dei crediti conseguibili.
– Raggiungimento del 100% dei crediti entro il 2020;
– Invio autocertificazione tra il 1 Gennaio 2020 e il 15 Gennaio 2021.

Un’altra novità introdotta dalla Circolare del Ministero della Salute riguarda l’attività di controllo, a campione, relativamente alla conformità della formazione ECM acquisita.

A tal proposito, si procederà ad un costante e puntuale monitoraggio della formazione di ciascun professionista fino al 31 dicembre 2017.

Il Co.Ge.A.P.S. è il Consorzio (Gestione Anagrafica) fra tutte le professioni sanitarie coinvolte nel sistema ECM (medici, odontoiatri, veterinari, farmacisti, infermieri, ecc.) che ha il compito istituzionale di gestire la banca-dati dei crediti ECM conseguiti dai professionisti sanitari italiani.
In pratica si tratta di un organismo di supporto per gli Ordini e Collegi sanitari per la gestione della formazione ECM.
Il controllo sulla formazione ECM svolta dai medici sarà improntato sulla base dei dati trasmessi dai Provider (coloro che erogano formazione ai professionisti sanitari, attribuendo crediti ECM alle attività formative conformemente alla normativa vigente) a Co.Ge.A.P.S.

Gli stessi medici competenti sono tenuti a comunicare in modo chiaro e dettagliato eventuali esenzioni ed esclusioni, crediti individuali (pubblicazioni scientifiche, autoformazione, ecc.) in modo da poter perfezionare la corretta posizione di formazione continua in medicina.

Pubblicato in 2017, Sicurezza, Sicurezza sul lavoro | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento
mag 14

Informativa privacy: cosa cambia con il nuovo Regolamento Europeo 679/2016

privacy1L’informativa, così come disciplinato all’art. 13 del D.Lgs 196/2003, deve contenere tutti gli elementi necessari affinché l’interessato possa esercitare i propri diritti (art. 7 D.Lgs 196/03) e manifestare un legittimo consenso ai sensi dell’art. 23 del Codice Privacy.

È obbligo di ogni Titolare del trattamento definire per la propria organizzazione, un modello di gestione privacy che prenda in considerazione misure di sicurezza organizzative attraverso le quali si possa controllare la conformità legislativa dei modelli di informative elaborati.

L’interessato, infatti, ha il diritto di essere informato in modo trasparente, leale e dinamico sui trattamenti effettuati sui suoi dati.

Pertanto, affinché un trattamento possa definirsi trasparente, chiaro e corretto, è necessario che all’interessato sia resa un’informativa esaustiva sull’esistenza del trattamento e delle sue finalità.

Il Regolamento Europeo (UE) 2016/679 concernente la tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali e la libera circolazione di tali dati è entrato in vigore il 24 Maggio 2016 e diventerà direttamente applicabile in tutti gli Stati membri a partire dal 25 Maggio 2018.
È direttamente applicabile e vincolante in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea e non richiede una legge di recepimento nazionale.
Il Regolamento abroga la Direttiva 95/46/CE, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati.
Con il nuovo Regolamento Privacy l’informativa all’interessato deve essere fornita in modo organico, redatta in un linguaggio semplice, senza frammentazioni e reiterazioni.
Le informazioni essenziali devono essere offerte in un quadro di lealtà e correttezza nel rispetto della riservatezza dei dati.
Se possibile, bisogna predisporre un’informativa breve, indicando con immediatezza le principali caratteristiche del trattamento.
Alcune tra le criticità menzionate riguardano le modalità con cui l’informativa è fornita per iscritto, anziché oralmente.
Sono stati formati spesso moduli lunghi basati sull’eccessivo uso di espressioni prettamente giuridiche e frammentate anziché organiche e unitarie, inidonee a far comprendere le caratteristiche principali del trattamento all’interessato.
Chi intende effettuare un trattamento di dati personali deve prima, ossia all’atto della registrazione dei dati o qualora, sia prevista la loro comunicazione, non oltre la prima comunicazione,  fornire all’interessato alcune informazioni per metterlo nelle condizioni di esercitare i propri diritti.
Se i dati personali sono stati raccolti da altre fonti (ad esempio, archivi pubblici, familiari dell’interessato, ecc.), cioè non direttamente presso l’interessato, l’informativa deve essere resa quando i dati sono registrati, oppure, non oltre la prima comunicazione a terzi.

In particolare, l’informativa deve contenere:
finalità: per quale scopo verranno trattati i propri dati personali;
modalità di trattamento dei dati personali riferibile soprattutto alle misure di sicurezza adottate al fine di eseguire il trattamento nel rispetto dei principi di riservatezza, integrità e disponibilità dei dati.
– se il conferimento dei propri dati personali è obbligatorio o facoltativo;
– le conseguenze di un eventuale rifiuto a rendere disponibili i propri dati personali;
– a chi saranno comunicati o se saranno diffusi i propri dati personali;
– i diritti previsti dall’articolo 7 del Codice;
– chi è il titolare e (se è stato designato) il responsabile del trattamento.

MA COSA CAMBIA CON IL NUOVO REGOLAMENTO SULLA PRIVACY?

- Caratteristiche dell’informativa
L’informativa deve essere resa in forma:
– concisa
– trasparente
– intelligibile
– facilmente accessibile
– con un linguaggio semplice e chiaro(in particolare per il caso di minori).

- Novità
Come già citato in precedenza, con il nuovo Regolamento sulla Privacy – Capo III negli articoli 13, paragrafo 1, e 14, paragrafo 1, l’informativa diventa più chiara e sintetica per facilitare la comprensione dei contenuti da parte di tutti gli interessati, grazie anche all’adozione di icone standardizzate (che saranno definite dalla Commissione Europea), identiche in tutta l’Unione Europea.
I contenuti dell’informativa risulteranno essere più ampi rispetto al Codice.

In particolare, se i dati personali sono raccolti direttamente presso l’interessato, nella nuova informativa deve essere specificato:
- la base giuridica, ossia la fonte/origine del trattamento (in una norma, contratto) specificando, inoltre, il suo interesse legittimo o da parte di terzi;
– se il Titolare trasferisce i dati personali in Paesi Terzi e attraverso quali strumenti;
– il periodo di conservazione dei dati;
– il diritto dell’interessato di presentare un reclamo o un ricorso giurisdizionale all’Autorità di controllo;
– l’esistenza del diritto dell’interessato di chiedere al Titolare del trattamento l’accesso ai dati personali e la rettifica o la cancellazione degli stessi (diritto all’oblio) oltre al diritto alla portabilità dei dati, altra novità introdotta dal Regolamento consistente nella possibilità di richiedere al Titolare una copia dei dati oggetto del trattamento;
– se si effettua attività di profilazione automatizzata (profiling dei dati personali) e le possibili conseguenze che ne possono derivare;
– “ulteriori informazioni” – utili per garantire maggiore trasparenza e correttezza all’interessato per il trattamento dei propri dati personali.

- Cosa non cambia?
Se la raccolta dei dati viene fatta presso terzi, è possibile redigere una sola informativa, riferita sia ai dati conferiti direttamente dall’interessato sia ai dati acquisiti presso terzi.
Secondo il Garante, sarebbe opportuno che le informative più articolate fossero basate su uno schema indicativamente più uniforme per il settore di attività.
A tale proposito, ad esempio, le associazioni di categoria dovrebbero predisporre informazioni-tipo per determinati settori o categorie di trattamento.
Il Garante precisa, inoltre, che deve invece essere fornita un’informativa specifica ad hoc, se il trattamento ha caratteristiche particolari quando, ad esempio, “coinvolge il trattamento di dati genetici, o può comportare rischi specifici per gli interessati”.

- Tempi dell’informativa
Nel caso di dati personali non raccolti direttamente presso l’interessato, l’informativa deve essere fornita entro un termine ragionevole che non può superare 1 mese dalla raccolta, oppure al momento della comunicazione (NON della registrazione) dei dati se si tratta di dati presi da terza parte. (Diversamente da quanto prevede attualmente l’art. 13, comma 4, del Codice).
Qualora il Titolare del trattamento intenda trattare ulteriormente i dati personali per una finalità diversa da quella per cui essi sono stati raccolti, prima di tale ulteriore trattamento, egli deve fornire all’interessato informazioni in merito a alle diverse finalità.

- Va sempre presentata l’informativa?
Se si dispone già dell’informazione necessaria, se la registrazione o la comunicazione dei dati personali sono già previste per legge o i dati in essere appartengono a dati di ricerca scientifica, storica o statistica, l’obbligo di presentazione di apposita informativa, in capo al Titolare, può essere derogato.

- Illeciti e sanzioni
Sono previste sanzioni di natura amministrativa nei casi di omessa o inidonea informativa ai soggetti interessati: art. 161 Codice Privacy.

TABELLA RIEPILOGATIVA DI RAFFRONTO

INFORMATIVA EX ART. 13 DLGS. 196/03 – INFORMATIVA ART. 13 E 14 DEL REGOLAMENTO 679/2016

Informativa ex art. 13 Codice Privacy Informativa artt. 13-14 Regolamento UE 679/2016
Nella attività da iniziare è previsto il trattamento di dati personali?

L’informativa è un obbligo generale che va adempiuto prima o al massimo al momento di dare avvio alla raccolta per il trattamento di dati personali.

Occorre ricordare che l’obbligo non scatta:

  • quando il trattamento concerne dati che non sono personali bensì anonimi (ad esempio, dati aggregati o statistici);
  • quando il trattamento riguarda i dati di enti / persone giuridiche: la normativa a protezione dei dati personali non concerne le informazioni relative a soggetti diversi dalle persone fisiche.

 

Nella attività da iniziare è previsto il trattamento di dati personali?

Vale integralmente quanto riportato nel Codice Privacy.

Nella attività da iniziare è previsto l’obbligo dell’informativa?

Non deve prestare l’informativa:

  • la persona fisica che effettui il trattamento dei dati per fini esclusivamente personali e i dati non siano destinati ad una comunicazione sistematica ovvero alla diffusione;
  • il titolare che riceva un curriculum vitae spontaneamente trasmesso dall’interessato, almeno fino al momento del primo contatto successivo con interessato, quando sarà da rendere una informativa breve contenente almeno l’indicazione:

1) della finalità del trattamento;

2) dei soggetti o categorie di soggetti cui i dati possono essere comunicati e l’ambito di diffusione – se prevista – dei medesimi;

3) gli estremi identificativi del titolare ovvero del responsabile per il riscontro all’interessato, se nominato.

Nella attività da iniziare è previsto l’obbligo dell’informativa?

Non è tenuta a prestare l’informativa la persona fisica che effettui il trattamento dei dati per attività a carattere esclusivamente personale e domestico.

I dati sono raccolti presso l’interessato o presso un terzo?

Nel caso di raccolta dei dati presso il terzo, l’informativa è data all’interessato:

  • nel momento in cui i dati sono registrati;
  • (quando è prevista la loro comunicazione) al momento della prima comunicazione.

L’informativa deve comprendere, oltre alle informazioni richieste in generale, anche l’indicazione delle categorie di dati trattati (solo dati personali comuni o anche dati sensibili e/o giudiziari).

 

I dati sono raccolti presso l’interessato o presso un terzo?

Nel caso di raccolta dei dati presso il terzo, l’informativa è data all’interessato:

  • entro un termine “ragionevole” e comunque entro 1 mese;
  • (quando è prevista la loro comunicazione) non oltre la prima comunicazione all’interessato o ad altro destinatario.

L’informativa deve essere completa dei contenuti prescritti in via generale, con le seguenti aggiunte/differenze:

  • l’indicazione delle categorie dei dati personali oggetto del trattamento;
  • l’indicazione della fonte da cui hanno origine i dati personali (che può essere anche fonte accessibile al pubblico);
  • si omette l’informazione circa la natura obbligatoria o meno della comunicazione di dati personali, perché nella fattispecie i dati non sono raccolti presso l’interessato.
Nel caso di raccolta presso terzi) Il titolare è sempre tenuto ad informare l’interessato?

Il Codice Privacy individua tre fattispecie nelle quali il titolare non è tenuto a informare l’interessato, quando:

 

  • il trattamento è da eseguire in base ad un obbligo di legge o di regolamento ovvero in base ad una norma comunitaria;
  • i dati sono da trattare ai fini dello svolgimento delle investigazioni difensive ovvero per far valere/difendere un diritto in sede giudiziaria;
  • l’informativa all’interessato comporti un impiego di mezzi che il Garante, prescrivendo eventuali misure appropriate, dichiari manifestamente sproporzionati rispetto al diritto tutelato, ovvero si riveli, sempre per il Garante, impossibile.
Nel caso di raccolta presso terzi) Il titolare è sempre tenuto ad informare l’interessato?

Il Regolamento UE individua le fattispecie in cui il titolare non è tenuto a informare l’interessato, quando:

 

  • l’interessato dispone già delle informazioni;
  • comunicare tali informazioni risulta impossibile o implicherebbe uno sforzo sproporzionato;
  • l’ottenimento o la comunicazione sono espressamente previsti dal diritto dell’Unione o dello Stato membro cui è soggetto il titolare;
  • i dati personali debbano rimanere riservati per obbligo di segreto professionale disciplinato dal diritto dell’Unione o degli Stati membri.

 

L’informativa è da rendere in forma scritta o orale?

Sono forme parimenti ammesse dalla legge ma è chiaro che una informativa scritta (riportata su supporto cartaceo/digitale e inviata/consegnata al destinatario con evidenza della ricezione da parte del medesimo) costituisce prova obiettiva dell’assolvimento dell’obbligo da parte del Titolare.

 

Quali requisiti di forma sono stabiliti per l’informativa?

L’informativa deve essere resa per iscritto o con altri mezzi (anche elettronici, come per es., la posta elettronica). Ove richiesto dall’interessato, l’informativa è da rendere oralmente (purché sia comprovata con altri mezzi l’identità dell’interessato).

Come segnalato nel Codice Privacy, anche qui può essere opportuno che il titolare si procuri e conservi una evidenza del rilascio dell’informativa.

 

Pubblicato in 2017, Privacy | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento