nov 16

Lavoro agile: un nuovo modo di lavorare

smart-workingIl legislatore ha recentemente previsto e disciplinato una modalità del tutto peculiare di svolgimento del rapporto di lavoro: si tratta del cosiddetto lavoro agile.

Per lavoro agile o smart working si intende la possibilità di lavorare in un luogo che non sia necessariamente l’azienda ed in orari flessibili che non siano per forza quelli “di ufficio”.

Il dipendente, infatti, potrà svolgere le proprie mansioni in qualsiasi luogo, anche da casa o in altro ufficio decentrato rispetto all’azienda.

Questa particolare tipologia di attività lavorativa ha come obiettivi principali:
– flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi: la concezione spazio- temporale del lavoro viene completamente stravolta;
– efficienza: l’azienda diventa sempre più ricca di risorse;
– risparmio costi aziendali: il nuovo modello organizzativo permette di risparmiare sui costi di struttura, ottimizzando i tempi e rendendo il sistema più efficiente.

Si tratta di un vero e proprio modello gestionale adottato dalle aziende.

Introdotto dalla Legge n. 81 del 22 maggio 2017, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 135 del 13 giugno 2017, nello specifico, l’articolo 18, comma 1, definisce il lavoro agile quale modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa. La prestazione lavorativa viene eseguita, in parte all’interno di locali aziendali e in parte all’esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva.

L’articolo 19 della legge 22 maggio 2017, n. 81 definisce i contenuti essenziali dell’accordo individuale, stipulato per iscritto, relativo alla modalità di lavoro agile, ovvero:
– disciplina dell’esecuzione della prestazione lavorativa svolta all’esterno dei locali aziendali anche con riguardo a come è esercitato il potere direttivo del datore di lavoro e agli strumenti utilizzati dal lavoratore;
– durata (l’accordo può essere stipulato a tempo determinato o indeterminato);
– preavviso in caso di recesso (per gli accordi a tempo indeterminato il recesso è attivabile con un preavviso di almeno 30 giorni, mentre, nel caso dei lavoratori disabili ai sensi della legge 12 marzo 1999, n. 68, il termine di preavviso del recesso da parte del datore di lavoro non può essere inferiore a novanta giorni);
– tempi di riposo del lavoratore e misure tecniche e organizzative per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro.

Già prima dell’approvazione della legge, tuttavia, molte aziende hanno avviato delle forme sperimentali di smart working, che ruotavano intorno alle regole del telelavoro ed erano gestite mediante accordi collettivi stipulati a livello aziendale.

CIRCOLARE N. 48 DEL 2 NOVEMBRE DEL 2017
ISTRUZIONI OPERATIVE PER LA TUTELA DEL PERSONALE DIPENDENTE DEL SETTORE PUBBLICO E PRIVATO IMPIEGATO IN MODALITA’ DI LAVORO “AGILE”.

Con l’emanazione della Circolare n. 48 del 2 novembre l’INAIL precisa, in particolare, che l’attività svolta fuori dei locali aziendali e senza una postazione fissa comporta comunque l’estensione dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali.

Gli infortuni occorsi mentre il lavoratore svolge la propria attività al di fuori del contesto aziendale, nel luogo prescelto dallo stesso lavoratore, sono dunque tutelati se causati da un rischio connesso con la prestazione lavorativa.
Allo stesso modo, sono tutelati anche gli infortuni verificatisi durante il normale percorso di andata e ritorno tra l’abitazione e il luogo scelto per lo svolgimento della propria attività fuori dai locali aziendali (infortunio in itinere), quando la scelta del luogo della prestazione sia dettata da esigenze connesse alla prestazione stessa o dalla necessità di conciliare le esigenze di vita con quelle professionali.

Per i lavoratori addetti al lavoro agile non cambia nulla in tema di retribuzione imponibile su cui calcolare il premio assicurativo gestito dall’INAIL.

Per quanto concerne gli aspetti peculiari del lavoro agile, gli infortuni occorsi mentre il lavoratore presta la propria attività lavorativa all’esterno dei locali aziendali e nel luogo prescelto dal lavoratore stesso sono tutelati se causati da un rischio connesso con la prestazione lavorativa.

Se il personale già assicurato con l’INAIL per l’attività svolta in ambito aziendale è adibito in modalità agile alle medesime mansioni, che non determinano una variazione del rischio, i datori di lavoro, privati e pubblici non statali, non hanno alcun obbligo di denuncia ai fini assicurativi.

Sono però tenuti, utilizzando l’apposito modello che sarà disponibile a partire dal 15 novembre 2017 sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, a comunicare la sottoscrizione degli accordi con i propri dipendenti per lo svolgimento dell’attività flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato.

Inoltre, le informazioni contenute nei modelli presentati dai datori di lavoro saranno trasmesse all’INAIL con l’obiettivo di monitorare l’effettiva applicazione e diffusione di questa nuova forma di attività lavorativa.

Ai fini della salute e sicurezza sul lavoro, la normativa prevede che lo stesso datore di lavoro consegni al lavoratore e al Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, con periodicità almeno annuale, un’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione della prestazione lavorativa.

Il datore di lavoro dovrà inoltre fornire al lavoratore un’adeguata informativa sul corretto utilizzo delle attrezzature eventualmente messe a disposizione dal datore di lavoro nello svolgimento della prestazione in modalità di lavoro agile.

Pubblicato in 2017, Sicurezza, Sicurezza sul lavoro | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento
nov 03

Pubblicazione del Draft finale della nuova Norma ISO 45001 entro la fine di Novembre 2017

isoÉ in fase di approvazione la Nuova Norma ISO 45001“Occupational health and safety management systems – Requirements with guidance for use”, che dovrebbe sostituire, in breve tempo, la OHSAS 18001:2007, attualmente lo standard internazionale di riferimento per la certificazione di Sistemi di Gestione nell’ambito della Salute e Sicurezza sul lavoro.

Si prevede la pubblicazione del Draft finale della nuova Norma entro la fine di Novembre 2017 e la Norma così definita dovrebbe essere rilasciata entro la fine di Marzo 2018.

La nuova Norma in materia di Salute e Sicurezza avrà le caratteristiche già definite in altri standard, come ad esempio le versioni aggiornate degli standard 9001, 14001, 27001 i cui requisiti sono suddivisi in 10 capitoli.

A tal fine i sistemi saranno maggiormente leggibili e integrabili.

È presumibile una possibile migrazione delle certificazioni rilasciate sulla base dello Standard OHSAS 18001:2007 verso la nuova ISO 45001, che potrà avvenire nell’arco di 3 anni dalla pubblicazione della norma.

Si attendono comunque approfondimenti da parte degli enti di normazione BSI (British Standard Institution) e ISO (International Organization for Standardization) circa la possibilità e le modalità di migrazione da uno standard all’altro.

Pubblicato in 2017, Sicurezza, Sicurezza sul lavoro | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento
nov 01

Nuova metodologia per valutare e gestire il rischio stress lavoro-correlato

stressIl rischio stress lavoro-correlato (SLC) è uno dei rischi chiaramente individuato nel Testo Unico dei lavoratori D.Lgs 81/08, pertanto deve essere necessariamente valutato e gestito nelle aziende.
Per poter valutare questa particolare tipologia di rischio, l’INAIL ha deciso di supportare le aziende attraverso l’adozione di un percorso metodologico specifico elaborando un vero e proprio modello di gestione basato su procedure e criteri scientificamente fondati.
A supporto del modello di gestione del rischio SLC adottato è stata, altresì, sviluppata una piattaforma online utilizzabile dalle aziende, previa registrazione gratuita.

Tale piattaforma è stata predisposta con il duplice obiettivo di:
1) offrire alle aziende un ambiente di lavoro “digitale”, utile sia per l’utilizzo degli strumenti di valutazione del rischio SLC che per l’elaborazione dei dati con il supporto di software online ed elaborazione della relativa reportistica;
2) permettere la raccolta sistematica di dati strutturati, utili sia per il monitoraggio del rischio SLC, nell’ottica di una corretta gestione dello stesso, che per lo sviluppo e l’integrazione di strumenti più approfonditi.

La metodologia INAIL permette di effettuare un percorso di analisi e di gestione scientificamente corretto, aggiornato e contestualizzato ai cambiamenti del mondo del lavoro e ai bisogni specifici delle aziende, con il coinvolgimento coordinato, partecipato ed integrato dei lavoratori e di tutte le figure della prevenzione.
Si ricorda che il rischio stress lavoro-correlato è uno dei rischi psicosociali più studiati e di maggiore interesse.

IL PERCORSO METODOLOGICO PER LA VALUTAZIONE DEL RISCHIO STRESS LAVORO CORRELATO

La metodologia adottata per valutare in maniera efficace ed efficiente il rischio stress lavoro-correlato risulta basata, come già accennato in precedenza, su approcci e strumenti scientificamente validi.
Nel nuovo modello preso in considerazione sono stati individuati degli indicatori “benchmarks” utili per definire i potenziali fattori di rischio organizzativo, nell’ottica di una attenta analisi del risk management.

PRINCIPALI FASI DEL NUOVO PERCORSO METODOLOGICO:

La nuova metodologia di valutazione del rischio SLC risulta essere sviluppata su 4 fasi:
– fase propedeutica;
– fase della valutazione preliminare;
– fase della valutazione approfondita;
– fase di pianificazione degli interventi.

1) FASE PROPEDEUTICA

La prima fase, definita propedeutica, consiste in un vero e proprio momento di preparazione dell’organizzazione alle attività di valutazione e gestione del rischio.
In questa fase sono identificate e pianificate le attività da compiere e definite le figure coinvolte nell’applicazione del percorso metodologico. È in questa fase, infatti, ad essere costituito il gruppo di gestione della valutazione composto dal Datore di Lavoro e/o dirigente delegato, RSPP, ASPP, MC (ove nominato/i) e RLS/RLST.
La funzione chiave del gruppo di gestione è quella di programmare, monitorare e agevolare l’attuazione delle attività di valutazione e gestione del rischio.
In aziende più complesse e maggiormente articolate, è necessario nominare un Responsabile gestionale della procedura di valutazione che svolgerà attività di coordinamento.
Di solito, tale figura, coincide con la figura del project manager il quale avrà il compito di creare un piano di gestione e verifica dei risultati.
In considerazione degli obblighi derivanti dal processo valutativo, tale figura potrebbe anche corrispondere con il dirigente delegato dal datore di lavoro.
Sarà compito del Responsabile gestionale individuare ed identificare i lavoratori suddivisi per gruppi omogenei (per mansione o partizione organizzativa ad esempio reparti, sedi, strutture).
È necessario che il gruppo operi una valutazione appropriata attraverso una pianificazione dell’attività, con una specifica programmazione temporale (cronoprogramma).

2) FASE DELLA VALUTAZIONE PRELIMINARE

In questa fase si analizzano e valutano alcuni indicatori organizzativi, ad esempio: tassi di assenteismo, turnover, orario di lavoro, assenza per malattia, ecc. in riferimento a ciascun gruppo omogeneo.
La fase di valutazione preliminare, specificatamente è suddivisa in due parti principali: analisi degli “eventi sentinella” e “rilevazione ed analisi degli indicatori di Contenuto e di Contesto del lavoro” riferiti, ad esempio, all’ambiente, carichi e ritmi di lavoro.
In aziende di maggiori dimensioni è possibile analizzare campioni rappresentativi di lavoratori.
In questa fase risulta necessario, inoltre, elaborare e compilare la Lista di Controllo riferita ai tre fattori citati in precedenza dai quali ne deriveranno i risultati espressi attraverso punteggi.

3) FASE DELLA VALUTAZIONE APPROFONDITA

La fase della valutazione approfondita deve essere necessariamente intrapresa qualora l’esito della valutazione preliminare abbia rilevato la presenza, in uno o più gruppi omogenei, di una condizione di rischio SLC e gli interventi correttivi attuati non abbiano eliminato il rischio o comunque reso accettabile.
È necessario sottolineare che la fase di valutazione approfondita affianca e integra l’analisi degli indicatori oggettivi previsti nella fase di valutazione preliminare e quindi in nessun caso può considerarsi sostitutiva o precedente.
La fase di valutazione approfondita sarà per lo più caratterizzata da attività di focus group, questionari, interviste ai lavoratori.
Una volta conclusa la fase di valutazione approfondita è essenziale informare i lavoratori circa le risultanze emerse.
I risultati saranno attribuiti in base a punteggi che andranno ad identificare le varie condizioni di rischio.

4) FASE DI PIANIFICAZIONE DEGLI INTERVENTI CORRETTIVI E PIANO DI MONITORAGGIO

Questa fase è finalizzata all’identificazione delle azioni e degli interventi volti a migliorare le condizioni di lavoro e correggere le criticità emerse.
È necessario elaborare un piano di azione stabilendo le priorità d’intervento, identificando i responsabili, ruoli e risorse necessarie a valutare in maniera efficace gli interventi attuati.
La valutazione e gestione del rischio SLC effettuata dall’azienda deve essere documentata nel DVR.

LA PIATTAFORMA ONLINE INAIL – PRINCIPALI FUNZIONALITA’ DELLA PIATTAFORMA ONLINE:

– Registrazione gratuita con accesso diretto a tutte le risorse metodologiche;
– Documentazione aggiuntiva ed integrativa al percorso metodologico adottato (attraverso FAQ, Tutorials Focus Group, ecc.);
– Software online per la valutazione del rischio stress lavoro-correlato, specificatamente per il calcolo standardizzato dei dati relativi alla valutazione preliminare;
– Software online per la valutazione del rischio stress lavoro-correlato, specificatamente per il calcolo standardizzato dei dati relativi alla valutazione approfondita;
– Reportistica dei risultati delle valutazioni da allegare al DVR.

Tale piattaforma, a partire dal mese di maggio 2011, è stata scelta e adottata per effettuare la valutazione del rischio SLC da un consistente numero di aziende, eterogenee per settore produttivo, dimensione aziendale ed area geografica.
La piattaforma è composta, sostanzialmente, da una sezione “pubblica”, a carattere informativo, e da una “privata”, che prevede una registrazione con credenziali di accesso.
Nella piattaforma possono essere reperiti anche i software online per l’elaborazione dei dati raccolti nelle fasi di valutazione.
Tra le novità della piattaforma, è stato predisposto uno specifico foglio di calcolo Excel, utilizzabile offline, a supporto della compilazione degli eventi sentinella, che consente agli utenti il calcolo degli andamenti nell’ultimo triennio degli indicatori aziendali, a partire dai relativi dati raccolti dall’azienda.
Terminato l’inserimento dei dati, il software online fornisce la reportistica dei risultati in relazione ai diversi livelli di rischio.

Pubblicato in 2017, Sicurezza, Sicurezza sul lavoro | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento
ott 31

Indicazioni operative sulle sanzioni da applicare in caso di omessa sorveglianza sanitaria dei lavoratori

doctor12Con l’emanazione della Circolare n. 3 del 12 ottobre 2017 da parte dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro sono state chiarite le fattispecie riguardanti l’omessa applicazione della sorveglianza sanitaria, effettuata dal Medico Competente, per le quali sono previste sanzioni di natura amministrativa e penale.

Specificatamente, la sanzione da applicare in caso di omessa sorveglianza sanitaria è riconducibile alla violazione dell’obbligo previsto dai seguenti articoli del D.Lgs 81/08:
– art. 18 comma 1 lettera g): in tutti i casi in cui la normativa vigente prevede l’obbligo della sorveglianza sanitaria;
– art. 18 comma 1 lettera bb): nei casi in cui nei confronti del lavoratore soggetto a sorveglianza sanitaria (pur essendo stato sottoposto a visita, esami clinici e biologici e indagini diagnostiche), non sia stato ancora espresso il giudizio di idoneità ed in sede ispettiva si riscontri che lo stesso sia adibito a quella specifica mansione.

Pubblicato in 2017, Sicurezza | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento
ott 21

Preposto: ruolo, obbligo di nomina e formazione

preposto2Il Preposto è quel ruolo nell’organizzazione aziendale che, in ragione delle competenze professionali e nei limiti di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell’incarico conferitogli, sovrintende alla attività lavorativa e garantisce l’attuazione delle direttive ricevute, controllandone la corretta esecuzione da parte dei lavoratori ed esercitando un funzionale potere di iniziativa.
Importante è dunque definire questo ruolo in quanto provvede, per quanto di sua competenza, alla realizzazione delle misure di sicurezza previste dal Documento di Valutazione dei Rischi aziendale e alla vigilanza sulle stesse. A seguito di tale individuazione altri aspetti da approfondire riguardo il Preposto sono:
– i Preposti sono soggetti ad adeguata e specifica formazione da parte del Datore di Lavoro conformemente a quanto disposto dall’art. 37 del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i. e all’Accordo in Conferenza Stato Regioni del 21/12/2011;
– il Preposto di fatto si individua in colui che concretamente vigila sull’attività lavorativa degli altri dipendenti;
– nella parte relativa alla descrizione dell’organizzazione del Documento di Valutazione dei Rischi aziendale viene indicato chi provvede alla’attuazione delle misure di sicurezza;
i Preposti devono essere in grado di gestire il potere conferitogli e la conoscenza professionale;
per avere chiari i propri compiti e il proprio ambito di azioni la delega introdotta dal D. Lgs. 81/2008 e s.m.i. è uno strumento fondamentale.

Il Preposto è dunque il primo percettore/ricettore dei possibili rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Egli deve far applicare le misure di prevenzione e protezione individuate e indicate nel Documento di Valutazione dei Rischi aziendali, intervenendo con le proprie direttive a impartire le cautele da osservare, riportando al Dirigente o al Datore di Lavoro eventuali condizioni di pericolo.

Alla luce di quanto finora esposto la presenza del Preposto all’interno di un’impresa, come per tutte le figure del sistema aziendale di prevenzione, dipende dall’assetto organizzativo definito dal Datore di Lavoro e si configura tutte le volte in cui lo stesso affida a uno o più soggetti la responsabilità di gestire l’attività di altri lavoratori.

Discende quindi dall’organizzazione aziendale e può non essere presente come, a esempio, nelle micro imprese artigianali dove è il Datore di Lavoro che presidia l’attività lavorativa in maniera diretta. Analogamente non è necessaria, anche se opportuna, la sua formale individuazione.

Quali sono dunque gli elementi che distinguono e caratterizzano il Preposto facilitandone l’identificazione? Il Preposto quindi:
– Riveste una posizione di supremazia gerarchica in seno all’azienda nei confronti degli altri lavoratori. Egli coordina, controlla e sorveglia: capi-squadra, capi-reparto, capi-uffici ecc. svolgono queste attività.
– Opera a stretto contatto con gli altri lavoratori: indica operativamente, concretamente il lavoro da svolgere e sovrintende alla sua corretta esecuzione.
– Controlla che l’attività lavorativa sia svolta in conformità a quanto stabilito dalla direzione aziendale, dalle norme di sicurezza e dalle regole di prudenza a salvaguardia della salute e sicurezza dei lavoratori. Si accerta altresì che i lavoratori a lui afferenti indossino correttamente i dispositivi di protezione individuale previsti e nell’utilizzo di impianti/macchine/attrezzature esse siano dotate di adeguate protezioni.
– Riferisce al Dirigente/Datore di Lavoro eventuali condizioni di pericolo e comportamenti a rischio potenzialmente dannosi per la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Si ricorda che la formalizzazione dell’incarico non è obbligatoria ma consigliata quindi ciò che realmente rileva non è tanto la qualifica formalmente posseduta ma la mansione realmente espletata, dal cosiddetto svolgimento “di fatto” del ruolo di Preposto. Deve poter “esigere” dal lavoratore l’applicazione e il rispetto di ordini/istruzioni/direttive quindi essere legittimato dal Datore di Lavoro nel proprio ruolo.

L’importanza della corretta individuazione del preposto sta nella formazione specifica che è necessaria impartire. Quindi in un cantiere possono esserci per esempio più preposti a secondo dell’attività che vi si svolga, ma devono essere chiare le implicazioni anche giuridiche che lo svolgimento “di fatto” della funzione comporta.

Il suo coinvolgimento attivo nel processo di valutazione dei rischi e di stesura di procedure/istruzioni operative potrebbero dare quel valore aggiunto dato dall’esperienza e dalla capacità operativamente concreta che il ruolo esige.

Pubblicato in 2017, Sicurezza, Sicurezza sul lavoro | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento
ott 08

Tubercolosi

tuberculosisLa tubercolosi risulta essere una malattia d’attualità nell’ambito medico come in quello dei mezzi di comunicazione, nonché nell’agenda dei servizi della sanità pubblica.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) richiama l’attenzione su una malattia tutt’altro che scomparsa.
Si tratta di una patologia considerata fino agli anni 50 una malattia grave ed invalidante e mortale se tempestivamente diagnosticata e curata. Ad oggi, secondo gli studi, sembra che ogni anno si registrano quasi 8 milioni di nuovi casi. La maggior parte dei casi si concentra nei paesi in via di sviluppo, dove le condizioni igienico-sanitarie sono insufficienti.
La diffusione in queste zone, inoltre, è da attribuirsi anche alla scarsa alimentazione e alla presenza di altre malattie come l’AIDS. Tutte queste condizioni contribuiscono a contrarre la malattia a causa di un indebolimento del sistema immunitario.
In Occidente, invece, le possibilità di ammalarsi sono decisamente più basse grazie alle misure di tipo igienico-sanitario adottate per combattere la diffusione della malattia.

Ma cos’è davvero la tubercolosi e quali sono le cause che portano alla sua diffusione?
La tubercolosi si trasmette per via aerea attraverso goccioline contenenti microbatteri tubercolari, responsabili della malattia, emessi nell’aria dal malato di tubercolosi di tipo polmonare attraverso colpi di tosse o starnuti. Pertanto risulta essere una malattia infettiva.
I soggetti con difese immunitarie indebolite sono più esposti al pericolo di contagio. L’agente eziologico principale responsabile della tubercolosi polmonare è il batterio denominato “Mycobacterium tuberculosis”, più comunemente definito come Bacillo di Koch. Nella maggior parte dei casi tale patologia interessa i polmoni (tubercolosi polmonare) ma possono svilupparsi anche forme extrapolmonari.
Chi trasmette la malattia deve essere “bacillifero” cioè avere un’alta carica batterica nelle secrezioni prodotte con la respirazione.
Inoltre, il contatto deve essere prolungato e avvenire in un ambiente chiuso e con pochi ricambi d’aria. La maggior parte delle infezioni che colpiscono gli essere umani risulta essere “asintomatica”: non si presentano né manifestano sintomi.

Le goccioline infette, attraverso le vie aeree, raggiungono gli spazi alveolari dei polmoni di un altro individuo e i micobatteri cominciano a crescere e moltiplicarsi. Le difese immunitarie dell’organismo ospite cercano di bloccare il progredire dell’infezione, quasi sempre con successo. La persona, a questo punto, è infetta ma non malata e non può trasmettere la malattia ad altri. L’infezione può rimanere latente per tutta la vita.
Specificatamente, questa infezione viene definita “infezione tubercolare latente”.

Come può trasformarsi l’infezione tubercolare latente in patologia attiva?
Solamente le persone che sono state a stretto contatto con un malato colpito da tubercolosi possono sviluppare a loro volta la malattia.
Per essere contagiati, si stima che si debba rimanere almeno una o due ore nelle vicinanze di un malato nello stesso locale senza ventilazione.
Per cui bisogna prendere in considerazione il rischio di contagio caratterizzato da una esposizione prolungata e alta contagiosità.
Per poter diagnosticare l’infezione latente in un soggetto, circa 8 settimane dopo il contagio, si effettua un test cutaneo alla tubercolina denominato “Mantoux”.
Si tratta di un test eseguito sull’avambraccio: consiste nell’inoculare, appena sotto la pelle e attraverso sottili aghi, qualche goccia di un liquido ottenuto dalle colture in vitro del bacillo.
Se dopo 48-72 h si verifica un indurimento nel punto di inoculazione, ciò indica un possibile contagio con baci. Se non si è verifica eruzione cutanea, significa che non si è entrati a contatto con il bacillo, mentre se si crea un pomfo arrossato vuol dire che è avvenuto il contagio.
Risultano importanti anche gli esami del sangue per diagnosticare la patologia, specificatamente il “test del gamma interferone”.
Se uno o entrambi i test rivelano un’infezione, il medico dopo un accurato esame clinico richiederà una radiografia del torace per escludere che l’infezione latente non si sia già trasformata in malattia tubercolare attiva.
La diagnosi viene in genere sospettata sulla base della radiografia toracica nella quale si notano le immagini di un’infiammazione e di perdita di sostanza, le cosiddette “caverne” polmonari.
La diagnosi definitiva può essere fatta solamente tramite l’analisi al microscopio dell’espettorato messo in coltura che mostra la presenza di batteri.

Quali sono i principali sintomi di questa patologia?
I sintomi classici possono essere riferiti a tosse cronica con espettorato striato di sangue definito “emottisi”, e, astenia, sudorazione notturna, dolore al torace e perdita di peso.
L’infezione di altri organi provoca una vasta gamma di sintomi.

Farmaci antitubercolari e trattamento
Per non ammalarsi di TBC esiste un vaccino, il cosiddetto BCG – “bacillo di Calmette-Guérin”, che viene somministrato attraverso una iniezione intradermica sotto la pelle oppure attraverso punture plurime.
La persona vaccinata diviene immune circa tre mesi dopo e lo resta per cinque anni.
Si tratta però di un vaccino indicato solo nei paesi dove la malattia è diffusa (nei paesi in via di sviluppo), oppure a persone che sono entrate a contatto con persone malate e rischiano quindi il contagio.
Il vaccino è scarsamente attivo e oggi poco utilizzato.
Il trattamento vero e proprio è basato sull’assunzione di antibiotici multipli per lungo tempo.
Streptomicina, isoniazide, etambutolo, rifampicina, pirazinamide, sono i principali farmaci raccomandati per la terapia della tubercolosi, somministrati in associazione giornalmente.
La terapia per essere efficace deve avere una durata non inferiore ai 6 mesi.
Il trattamento per la tubercolosi latente utilizza solitamente un singolo antibiotico, mentre la TBC attiva viene curata in modo più efficace con la combinazione di diversi antibiotici, per ridurre la possibilità che i batteri possano sviluppare una resistenza agli antibiotici.
A tal proposito, nel corso degli anni, si è sviluppata una forma di tubercolosi causata da un germe resistente ai due farmaci principali contro la tubercolosi: rifampicina e isoniazide denominata “Multi Drug Resistant” (MDR). Questa forma di tubercolosi deve essere necessariamente curata con farmaci di seconda linea i quali possono arrecare alla salute effetti collaterali.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), la multi-farmaco resistenza è ormai presente in ogni parte del mondo e costituisce uno dei problemi più importanti nel controllo e trattamento della malattia.

Pubblicato in 2017, Sicurezza sul lavoro | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento
ott 05

Obbligo di comunicazione degli infortuni sul lavoro superiori ad 1 giorno

injury1Quando?
Entra in vigore, da giovedì 12 ottobre l’obbligo di comunicare all’INAIL  gli infortuni  dei lavoratori con prognosi superiore a un giorno oltre a quello dell’infortunio. In precedenza erano da comunicare ai fini assicurativi gli eventi con prognosi sopra i tre giorni.

Chi?
Il decreto del ministero del Lavoro 183/2016 ha introdotta la norma che ha istituito il Sistema informativo nazionale per la prevenzione nei luoghi di lavoro (SINP)  e prevede l ‘obbligo di comunicazione  all’Istituto, entro 48 ore dalla ricezione del certificato medico, degli infortuni dei lavoratori anche se della durata di un solo giorno, oltre a quello dell’evento. La finalità è solo statistica e non viene modificata la copertura dell’assicurazione INAIL, che  parte comunque dai tre giorni di prognosi. La modifica sarebbe dovuta  partire il 12 aprile 2017 ma è stata rinviata dal  Decreto Milleproroghe 244/2016 di sei mesi .

Come agire?
Anche questa segnalazione va fatta in modalità telematica tranne che per i lavoratori dell’agricoltura, i lavoratori domestici e familiari e i lavoratori occasionali di tipo accessorio dell’agricoltura.  Gli obblighi di denuncia all’INAIL  ai fini invece dell’assicurazione sono suddivisi tra lavoratore, medico e datore di lavoro.

Obbligo del Lavoratore
Al momento dell’infortunio il lavoratore deve rivolgersi al medico aziendale o al proprio medico di base o del pronto soccorso  per poi comunicare  al datore di lavoro l’infortunio e il numero identificativo della certificazione medica ottenuta, pena la perdita del risarcimento da parte dell’INAIL .

Tale certificazione  viene inviata all’INAIL dal medico che certifica la prognosi.

Obbligo del Datore di Lavoro
Una volta ricevuti i dati del certificato, scatta per il datore di lavoro il termine di 48 ore entro le quali deve trasmettere all’INAIL i dati richiesti a fini statistici e a fini assicurativi.  Se il datore di lavoro non inoltra la comunicazione di infortunio può essere sanzionato e la comunicazione può essere effettuata anche dal lavoratore presso la sede INAIL competente.
Per la denuncia delle malattie professionali resta fermo il termine di cinque giorni (dalla ricezione dei riferimenti del certificato medico) entro i quali il datore di lavoro deve inoltrare la denuncia all’INAIL, sempre per via telematica

Sanzioni
Si rammenta che la mancata comunicazione entro le 48 ore degli infortuni superiori ad 1 giorno è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da 548 a 1.972,80 euro, mentre la mancata comunicazione per gli infortuni superiori ai 3 giorni è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da 1.096,00 a 4.932,00 euro.

Pubblicato in 2017, Sicurezza | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento
ott 05

Rischio legionella pneumophila denominata “Malattia dei legionari”

legionella1Cenni storici
Il termine legionellosi venne coniato nel 1976 in occasione di un’epidemia di polmonite che si verificò a Philadelphia tra partecipanti ad un convegno dell’associazione di ex combattenti dell’American Legion.

Che cos’è?
La legionellosi è causa di tutte le forme morbose causate da batteri Gram-negativi aerobi appartenenti al genere Legionella. L. pneumophila sierogruppo 1 è la specie maggiormente implicata nella patologia umana essendo responsabile del 95% delle infezioni in Europa e dell’85% nel mondo.

È un problema?
Sì, da non sottovalutare in quanto costituisce un problema emergente in Sanità pubblica; è già presente in tutto il mondo la sorveglianza speciale da parte di tutti gli enti sanitari mondiali, Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), della Comunità Europea (European Legionnaires’ Disease Surveillance Network – ELDSNet) e dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Nonostante sia stato istituito il registro nazionale dei casi, è ancora largamente sottostimato ed è difficile risalire alle cause in cui si è verificata l’esposizione all’agente biologico.

Sintomi
2 sono le manifestazioni della legionellosi:
– La febbre di Pontiac (PF) è una forma lieve di legionellosi, sintomi: simil-influenzali, come la nausea, la febbre, la tosse e la cefalea, in assenza di polmonite.
– La malattia dei legionari è la più pericolosa e la più severa in termini di sintomi e rischi: l’incubazione è compreso tra 2 e 10 giorni, la malattia si manifesta con febbre alta, cefalea, tosse ed un quadro polmonare non distinguibile da altre forme di polmoniti batteriche o atipiche, motivo per cui se non ben diagnosticata può non essere riconosciuta. Motivo per cui la percentuale di mortalità va dal 10% al 50% nei casi nosocomiali.

Come si cura?
La febbre di Pontiac, è una forma simil-influenzale di lieve entità, senza interessamento polmonare con un’evoluzione benigna anche in assenza di specifico trattamento antibiotico.
La malattia dei legionari, si manifesta con febbre alta, cefalea, tosse ed un quadro polmonare non distinguibile da altre forme di polmoniti batteriche o atipiche. È necessario attuare una terapia antibiotica mirata (chinoloni e macrolidi) per ridurre la probabilità di un esito infausto.

Come si trasmette?
La Legionellosi è trasmessa per via aerea a seguito dell’inalazione di aerosol contenente legionelle o di particelle di polvere da esso derivate per essiccamento o, più raramente, in seguito ad aspirazione di acqua contaminata. Più piccole sono le dimensioni delle goccioline inalate (<5μm) e più facilmente queste raggiungono le basse vie respiratorie (alveoli polmonari). I principali sistemi in grado di generare aerosol sono i rubinetti, i diffusori delle docce, le torri evaporative, vasche idromassaggio, fontane decorative, ecc. Non è mai stata dimostrata la trasmissione interumana della malattia.

Dove è possibile contrarre l’infezione?
Il batterio è ampiamente diffuso in natura nei laghi, stagni, acque termali, da cui può facilmente raggiungere gli ambienti artificiali (condotte d’acqua cittadina, impianti idrici, torri evaporative, ecc.) all’interno dei quali trova fattori che ne favoriscono la crescita. Tra i fattori di rischio ambientali associati all’acquisizione dell’infezione, quelli più importanti sono rappresentati dalla temperatura dell’acqua compresa tra i 20° ed i 50°C, dalla presenza di biofilm, di elementi in traccia (ferro, rame, zinco, ecc.), incrostazioni, depositi calcarei e amebe all’interno delle quali il batterio trova condizioni più favorevoli per la crescita e riparo dai disinfettanti. Fattori direttamente correlati alla virulenza del ceppo batterico (capacità di moltiplicazione all’interno dei macrofagi, resistenza agli antibiotici, ecc.) ed altri legati ad una maggiore suscettibilità dell’ospite (fumatori, persone affette da gravi patologie o con immunodeficienza acquisita in seguito ad interventi chirurgici) giocano anch’essi un ruolo importante nell’acquisizione dell’infezione.

Rischio di esposizione?
Il rischio di acquisire un’infezione è riscontrabile in tutti quegli ambienti di vita e di lavoro in cui vi è potenziale rischio di esposizione ad aerosol infettanti. In letteratura sono noti casi di legionellosi tra gli operatori sanitari, dentisti, addetti alla pulizia degli impianti di trattamento aria, manutenzione degli impianti di distribuzione dell’acqua ad uso sanitario e impianti di depurazione, minatori, giardinieri, ecc.

Prevenzione
Con l’Accordo tra il Governo, le Regioni e le Province autonome, si sono delineate le linee guida per la prevenzione e il controllo della legionellosi. Il documento ribadisce l’importanza della valutazione del rischio e della necessità di mettere in atto misure di prevenzione a breve (decalcificazione degli elementi meno usurati, disinfezione di filtri, soffioni e flessibili) e a lungo termine (filtrazione, trattamento termico, clorazione, ecc.).
Nonostante questi batteri siano stati scoperti da diversi anni, la legionellosi resta ancora una patologia poco conosciuta, soprattutto in ambito occupazionale. Ai fini della tutela della salute occupazionale, è indispensabile quindi valutare il potenziale rischio di esposizione a Legionella spp. negli ambienti lavorativi, predisponendo adeguate misure di prevenzione e controllo della contaminazione microbiologica ambientale.

Pubblicato in 2017, Sicurezza sul lavoro | Contrassegnato , , , | Lascia un commento
set 20

Invecchiare in salute si può

getting.-olderSiamo il paese in cui la vita media è più lunga in Europa.

La tendenza alla longevità dipende sostanzialmente da due fattori:
fattore genetico (influenza del 30%)
fattore comportamentale (influenza del 70%)

La maggiore componente dipende quindi da un corretto stile di vita e dalla qualità dell’ambiente in cui si vive, perciò la modalità di invecchiamento è nelle nostre mani.

Uno studio del Harvard Department of Psychiatry è condotto in modo da analizzare nel lungo periodo una popolazione, in particolare basandosi su 4 storie sociali, questionari biennali, colloqui frontali ogni 15 anni ed esami fisici completi ogni 5 anni, al fine di comprendere quanto “la storia” possa influenzare la modalità di invecchiamento.

La ricerca in particolare riguarda:
– l’adattamento allo stress, la salute mentale e i meccanismi di difesa;
– gli effetti delle abitudini, in particolare dell’abuso di alcool, e delle vicende affettive tumultuose sulla salute fisica e la mortalità;
– l’effetto dei fattori di rischio infantili sullo sviluppo dell’adulto;
– il consumo naturale di alcool e l’abuso di sostanze.

Altri studi considerano gli effetti legati alla Seconda Guerra Mondiale sullo sviluppo delle persone e come le esperienze dell’infanzia influenzano i comportamenti degli adulti.

Adottare quindi uno stile di vita sano ci può aiutare a invecchiare in salute. Per esempio in riferimento ai parametri analizzati, contribuiscono allo scopo i seguenti fattori:
– buone capacità di adattamento o nel superare le difficoltà
– mantenere relazioni sociali durature;
– evitare il fumo e qualunque abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti;
– intraprendere percorsi di istruzione;
– fare esercizio fisico con regolarità e mantenere un peso adeguato.

Questi fattori di influenza del nostro cammino di invecchiamento trovano riscontro anche nell’attività lavorativa:
– mantenere un ambiente sereno evitando conflitti personali;
– approfittare delle pause pranzo per uscire dal luogo di lavoro rinfrescando così la mente godendosi un pasto sano. L’allontanamento permette anche il movimento che evita l’insorgere di problemi all’apparato muscolo-scheletrico;
– se il tuo lavoro è impegnativo sul piano fisico e per esempio richiede frequentemente di sollevare, spingere o trasportare pesi, il beneficio che trarrai dall’attività fisica nel tempo libero sarà il medesimo di quello delle persone che svolgono un lavoro sedentario.
– se devi stare seduto a una scrivania per molte ore al giorno, prova ad alzarti ogni 20 minuti e camminare un po’. Ciò migliorerà il tuo sistema immunitario, ridurrà il rischio di sovrappeso e ti permetterà di gestire meglio lo stress.

Il Datore di Lavoro nella Valutazione dei Rischi deve tenere conto anche dell’invecchiamento del personale in particolare considerando i fattori ergonomici, il lavoro su turni e le caratteristiche degli ambienti (microclima, rumore e vibrazione).

Da questa analisi può rendersi necessario un adattamento del luogo di lavoro, per esempio:
– adattare le attrezzature esistenti o fornirne di nuove al fine di eliminare o ridurre i processi manuali, i movimenti ripetitivi, gli sforzi e le posizioni scorrette;
– fornire postazioni di lavoro regolabili affinché si adattino a tutti coloro che vi operano e a tutte le età di questi;
– disporre la turnazione nell’assegnazione dei compiti;
– cambiare i compiti con regolarità (turnazione dei compiti);
– automatizzare i compiti rutinari o ripetitivi;
– differenziare l’organizzazione dei turni;
– regolare l’illuminazione.

Ma il Datore di Lavoro può fare qualcosa in più, promuovendo uno stile di vita sano fornendo un ambiente che promuova sia la salute sia condizioni di lavoro salutari, per esempio:
– fornire istruzione e formazione sui temi legati alla salute;
– offrire controlli sullo stato di salute;
– assicurare buona conciliazione fra lavoro e vita privata, per esempio consentendo misure di lavoro flessibile quali il lavoro da casa (telelavoro);
– promuovere una dieta sana, per esempio dando la possibilità di mangiare cibi sani nelle mense aziendali;
– promuovere l’attività fisica, per esempio installando docce, cosicché tu puoi andare a correre durante la pausa pranzo, od offrendo assistenza economica per le attività ricreative;
– promuovere la crescita professionale;
– organizzare corsi di formazione sulla gestione del tempo

 

Pubblicato in 2017, Sicurezza, Sicurezza sul lavoro | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento
set 19

Legittimo Interesse

privacy3L’articolo 11 del Codice Privacy (D.Lgs. 30 Giugno 2003, n. 196) stabilisce che i dati personali oggetto di trattamento devono essere:

– Trattati in modo lecito e secondo correttezza.
– Raccolti e registrati per scopi determinati, espliciti e legittimi, ed utilizzati in altre operazioni del trattamento in termini compatibili con tali scopi.
– Esatti e, se necessari, aggiornati.
– Pertinenti, completi e non eccedenti rispetto alle finalità per le quali sono raccolti o successivamente trattati.
– Conservati in una forma che consenta l’identificazione dell’interessato per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali essi sono stati raccolti o successivamente trattati.

Inoltre, lo stesso Codice Privacy, all’articolo 23, prevede che il trattamento dei dati personali deve avvenire esclusivamente con il consenso dell’interessato, in forma preventiva, esplicita e libera. Con il consenso l’interessato esprime di fatto la propria autorizzazione al trattamento dei dati personali risultando molto probabilmente come la più ovvia delle condizioni di liceità. Tuttavia, esistono una serie di trattamenti di dati personali che, per poter aver luogo, non necessitano di alcun preventivo consenso. Infatti, tra le cause di esclusione della necessità, per il titolare, di richiedere il consenso dell’interessato per procedere al trattamento dei suoi dati personali, si annovera, all’articolo 24, lettera g) del Codice Privacy, il “legittimo interesse”, qualora sullo stesso non prevalgano i diritti dell’interessato. Pur mancando nel nostro ordinamento una definizione normativa di interesse legittimo, nonostante la rilevanza che un simile concetto riveste, è proprio su questa condizione che è opportuno soffermarsi.

La “legittimità” dell’interesse è in effetti un concetto che non consente nell’immediato al Titolare di comprendere in quali occasioni, nel rispetto della legge, la stessa possa essere conseguita. L’interesse legittimo, per sua natura, per poter essere individuato come tale, è spesso individuabile solo ex post, a seguito di opportune verifiche che il più delle volte mancano di oggettività.

Tutto ciò premesso, la domanda che a questo punto è giusto porsi è: su quali basi un Titolare potrà decidere di procedere a un trattamento per perseguire un interesse che ritiene essere legittimo?

Ci viene in aiuto non solo il D.Lgs. 196/93 ma anche, inevitabilmente, a seguito di attenta lettura, il nuovo Regolamento 679/2016 che sempre più sta influenzando il nostro operare quotidiano e le posizioni interpretative delle Corti.

Gli aspetti che devono essere presi in considerazione per un corretto inquadramento dell’interesse come “legittimo” sono la necessità e l’effettività dell’interesse.

Il Regolamento infatti, più che il D.Lgs. 196/03, stabilisce che le operazioni di trattamento devono essere “necessarie per il perseguimento del legittimo interesse del titolare del trattamento”. Quanto riportato dal Regolamento deve essere inteso, per fondare la liceità del trattamento e la conseguente legittimità dell’interesse, nell’impossibilità del Titolare di perseguire l’interesse con mezzi diversi dallo specifico trattamento che si intende effettuare. Qualora infatti, il Titolare abbia la possibilità di percorrere strade diverse e utilizzare strumenti differenti per raggiungere lo stesso risultato, l’opzione “legittimo interesse” non sarebbe applicabile.

Inoltre, con riferimento all’effettività, l’interesse del Titolare a cui sono trasmessi i dati, deve essere reale, dimostrabile e conforme alle leggi vigenti.

Infine, conformemente a quanto prescritto dal Regolamento 679/2016 che richiede e richiederà sempre più un’informativa chiara e trasparente, il Titolare dovrà informare l’interessato anche dei legittimi interessi perseguiti.

Pubblicato in 2017, Privacy | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento