Che cos’è la sindrome del burn out e stress ?

Progressiva perdita di idealismo, energie e scopi, vissuta da operatori sociali, professionisti e non, come risultato delle condizioni in cui lavorano.
Nel burn out vengono riconosciute due forme di stress: una “soggettiva”, legata alla motivazione ed alle immagini ideali dell’individuo, ed un “oggettiva” a cui fanno riferimento le condizioni materiali di lavoro, le ambiguità di ruolo, le strutture di relazione. La medicina del lavoro ha evidenziato che il clima di gruppo, le comunicazioni interpersonali e la soddisfazione individuale siano cause fondamentali di fatica e del conseguente calo motivazionale e di efficienza.
Il burn out viene riscontrato soprattutto tra gli operatori che lavorano  a contatto diretto con situazioni di sofferenza.

Secondo Maslach, autrice anglo-americana:
“Una sindrome da esaurimento emotivo, da spersonalizzazione e riduzione delle capacità personali che può presentarsi in soggetti che per professione si occupano della gente”.

Il sovraccarico emotivo che l’individuo subisce svilupperà in lui una risposta cinica e disumanizzata , la cosìdetta “spersonalizzazione”.Le persone divengono così “oggetti” da cui prendere distanza.

Gli studiosi della psicologia del lavoro  sottolineano come il contesto sociale e lavorativo sia in grado di attivare forme di stress, sia dal punto di vista comportamentale che fisiopatologico. La gestione del lavoro, la burocratizzazione, il ruolo e le relazioni lavorative sono tutte componenti capaci di provocare i sintomi della sindrome: apatia, perdita di entusiasmo, senso di frustrazione,perdita dei sentimenti positivi verso l’utenza e la professione, impoverimento delle relazioni,utilizzo di un modello lavorativo stereotipato fatto di procedure standardizzate e rigide, difficoltà ad attivare processi di cambiamento.

Il lavoro, per come viene inteso oggi nella gran parte delle organizzazioni, reca ansia e stress negli individui che in esse lavorano. Predomina il senso di precarietà ed incertezza per il futuro ed a pagarne le conseguenze, oltre all’individuo stesso, sarà la Società, dominata dal “male” comune, definito come “ MOBBING”, termine introdotto in psicologia del lavoro da Heinz Leymann. Identifica un comportamento ripetuto, immotivato, rivolto contro un dipendente o un gruppo di dipendenti, tale da creare un rischio per la sicurezza e la salute, sia in senso fisico che mentale.”

I tipi di mobbing più comuni sono: Mobbing emozionale, scatenato tra singole persone, più frequentemente tra capo e collaboratore(bossing) ma anche tra colleghi (mobbing orizzontale) e Mobbing strategico, attuato intenzionalmente dall’impresa.

Il bossing è prevalente nella pubblica amministrazione. L’obiettivo è di isolare la persona che si ritiene presenti una minaccia od ostacolo al raggiungimento  dei propri obiettivi, riguardo all’acquisizione di potere.

Il mobbing orizzontale nasce dal senso di competitività tra individui, a causa delle difficoltà del mercato del lavoro, l’alto tasso di disoccupazione, esiti lavorativi incerti  dei contratti atipici, la mancanza di trasparenza nello sviluppo di carriera. Per mobbing strategico, si intende invece quella forma di pressioni psicologiche esercitate strategicamente dalle imprese per allontanare dal mondo del lavoro i soggetti scomodi. Le azioni mobizzanti possono attaccare la comunicazione, le relazioni sociali, l’immagine sociale, la qualità delle condizioni e delle mansioni lavorative,ricadendo gravemente sulle persone coinvolte. I soggetti in questione possono sviluppare disturbi d’ansia e dell’umore ( disturbi del sonno, dell’apparato digerente, cefalee e problemi muscolo scheletrici, perdita dell’autostima e del desiderio sessuale, depressione…) con il progressivo indebolimento delle difese psichiche soggettive che comportano una cronicizzazione dello stress negativo, predisponendo a  disturbi psicosomatici, di adattamento e disturbi post-traumatici da stress e depressione.

Causata dallo stress è anche la “Sindrome da corridoio”. Il passaggio dall’ambiente lavorativo a quello privato e viceversa crea “un corridoio” senza soluzione di continuità tra gli stimoli propri dell’ambiente di lavoro e quelli della vita privata o familiare.

Si verificano situazioni in cui la famiglia genera o amplifica le tensioni fisiche, emotive, comportamentali, restituendole nel contesto lavorativo. Allo stesso modo, le tensioni lavorative vengono trasportate nella vita privata, non strutturata per compensarle, e quando tali tensioni assumono carattere di cronicità e di eccesso possono provocare rotture comunicative e quindi incomprensioni, frustrazioni, solitudine ed aggressività, ricadendo nell’ambiente lavorativo.

Sintomi fisici, psico-emozionali e comportamentali del lavoratore stressato sono la base per lo sviluppo di situazioni morbose ed infortuni che ricadono inevitabilmente sulla produttività, sull’equilibrio organizzativo dell’azienda, sulla sicurezza del personale, sull’immagine interna ed esterna dell’azienda, oltre che sulla spesa sociale e sanitaria.

La risposta efficace a questa problematica risulta quindi la Prevenzione.

Primaria, per impedire l’insorgere di nuovi casi di patologie stress correlate. A tal fine è importante ottimizzare gli ambienti e gli orari lavorativi, promuovere una cultura d’impresa che solleciti la dignità umana, attuare condizioni di lavoro trasparenti,favorire la partecipazione e la condivisione degli obiettivi dell’organizzazione, valorizzare le risorse umane attraverso programmi adeguati di formazione, progettare compiti lavorativi individuali, informare e formare sullo stress.
Secondaria, come diagnosi precoce di quei sintomi responsabili di un evidente cambiamento da una condizione psicofisica normale, ed infine terziaria con l’istituzione di protocolli di riabilitazione supportati da competenza sanitarie specifiche.
Un adeguata prevenzione, favorirà oltre che l’individuo anche l’organizzazione in quanto a minor assenteismo, minor numero di infortuni e di errori, migliorando la qualità dei beni o servizi erogati e l’immagine dell’azienda stessa.

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